Nei pazienti guariti dal linfoma di Hodgkin (LH, così chiamato dal nome dello scopritore Thomas Hodgkin nel lontano 1832) aumenta negli anni il rischio di un secondo tumore. Complessivamente la prognosi del LH curato è favorevole, con sopravvivenza anche del 85%, variabile a seconda dello stadio, della precocità e del potenziale della chemio-radioterapia, dell’età e della eventuale co-morbidità. Su quanto sia grande il rischio di cancro a distanza nei guariti dal LH si sofferma nel 2015 il NEJM che si richiama a uno studio condotto tra il 1965 e il 2000 su 3905 pazienti guariti dal LH. Il 27% dei soggetti risultava trattato con sola radioterapia, il 12% con sola chemioterapia e il 61% con la terapia combinata. Un cancro si registrava in 908 di essi, rivelando un rischio complessivo di secondo tumore 4,6 volte maggiore se confrontato con quello della popolazione generale non-Hodgkin. Questo secondo “vero” cancro, originato cioè da cellule epiteliali e non da linfociti come il LH, non va considerato una recidiva e interessa in primis polmone, mammella e tratto digestivo. Benché in minore misura é aumentato pure il rischio di leucemia. L’incidenza cumulativa dei cancri a distanza aumenterebbe nel tempo: dal 32,2% dopo 30 anni e al 48,5 % dopo 40 anni, cifre che si confrontano con un’incidenza nella popolazione generale rispettivamente del 9,6% e 19,0%. Tuttavia, un collega esperto in questo campo, il dottor Roberto Quaini, da me interpellato ad hoc, fa molto criticamente notare due cose: la prima, che il rischio di secondo cancro è sensibilmente diminuito a partire dal 2000 e la seconda, di importanza anche maggiore, che il rischio del tumore a distanza è la tassa da pagare per guarire dal LH che senza le cure sarebbe altrimenti un tumore letale. In passato, l’insorgenza di secondo tumore non sembra aver risentito significativamente del tipo di trattamento pregresso, ma nei decenni la terapia si è evoluta, diventando in media progressivamente meno aggressiva con possibili ricadute favorevoli sul rischio. Più precisamente, l’uso di campi di radiazione più ridotti si assocerebbe ad un rischio minore di cancro del seno, ma non di quello del polmone. Inoltre, l’analogo rischio di secondo cancro aumenterebbe a livello di stomaco, pancreas e colon soltanto se in precedenza radio- e chemio-terapia sono state attuate per via sopra- e sotto-diaframmatica. In conclusione, nei pazienti con LH guariti con radio- e chemio-terapia aumenta, benchè in misura minore che in passato, il rischio a lungo termine di un secondo tumore con incerta dipendenza dalla pregressa terapia. È doveroso pertanto che i pazienti guariti di LH siano comunque avvertiti dai medici di questo rischio potenziale e che i medici stessi siano attenti a ogni sintomo che dovesse affiorare negli anni dopo la guarigione.