L’8 marzo è la giornata delle donne, ma mi ha sempre infastidito che la seconda metà del cielo sia festeggiata sono in questa giornata e non di rado maltrattata negli altri 364 giorni. Per questo, invece che inviare idealmente un mazzetto di mimose al gentil sesso preferisco ritornare sul dramma del femminicidio registrabile ogni giorno dell’anno, 8 marzo compreso. Femminicidio non è un omicidio qualunque, ma l’ uccisione di una persona in quanto donna, insomma un “assassinio di genere”. La serie di violenze fino all’omicidio che le donne subiscono nel mondo, e l’Italia non scherza, è davvero scandalosa e inaccettabile. Ancor più raccapricciante è il fatto che la gran parte delle aggressioni, dei maltrattamenti e delle uccisioni avviene ad opera di ex-partner e, peggio ancora, di partner senza “ex”, indipendentemente dall’etnia. Il clamore relativo a tali fatti criminosi non manca da parte dei media, ma l’interesse sui particolari, specie se scabrosi, prevale spesso sull’effettiva indignazione e sulla voglia collettiva e individuale di fare qualcosa per impedire l’obbrobrio. Soluzioni facili per prevenire o punire in modo esemplare i responsabili della violenza purtroppo non ci sono. Di fatto, la donna “a rischio” o quella sopravissuta a violenza fisica e sessuale, non viene efficacemente protetta dalle minacce che riceve e per di più queste, soprattutto per paura, vengono denunciate solo da una minoranza. Le forze dell’ordine, d’altra parte, pur consapevoli del concreto pericolo che alcune donne corrono, sono di fatto disarmate e possono intervenire soltanto “dopo” che la violenza o l’omicidio sono stati commessi. La dimensione del fenomeno si evince dalle cifre (sottostimate di sicuro): in Italia, ad esempio, solo nel 2012, i femminicidi, per l’80% di donne italiane, sono stati 124, quelli tentati e non riusciti 47 e la scena del crimine è stata l’abitazione dell’assassino o della vittima. Uccisione a parte, le conseguenze fisiche di queste violenze consistono in lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, crisi di panico, sindrome post-traumatica) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), aumento della pressione arteriosa e, ovviamente, nella maggioranza dei casi, lesioni ginecologiche. È interessante notare che le riviste di medicina nostrane (e i medici italiani in genere) di questa “patologia sui generis” se ne occupano poco, diversamente da quanto avviene negli Stati Unti dove il 36% delle donne nel corso della loro vita sono state rapite violentate o uccise. L’autorevole New England Journal of Medicine sostiene invece che i medici potrebbero e dovrebbero intervenire. E’ previsto, ad esempio, che il medico di famiglia ponga domande specifiche alle sue pazienti a partire dai 12 anni di età. Lo stesso dovrebbero chiedere periodicamente pediatri e ginecologi. Si è persino definita la domanda standard che il dottore dovrebbe porre obbligatoriamente alla paziente che lo consulta per qualche trauma, anche quando non lamenta di aver ricevuto angherie: “Hai paura del tuo partner o di qualsiasi altro in famiglia?” Inoltre, il medico informato degli abusi subiti dalla sua paziente, anziché sdrammatizzarli per non restarne coinvolto, dovrebbe avvertirla che essa può avere un assistenza legale gratuita, premurandosi di fornirle i numeri telefonici di associazioni amiche e, infine, appurare se in casa ci sono bambini da tutelare. In Italia la lotta istituzionale contro il femminicidio mi sembra (prontissimo a ricredermi!) tiepida e ignoro se il decreto legge emanato nel 2013 dal Governo, finalizzato a rendere più severe le norme, ha avuto ricadute significative. È comunque ragionevole ritenere che violenze e femminicidi possano ridursi solo se le sanzioni per questi abusi sono immediate e ben più severe di quelle previste. E’ vergognoso che le vittime di traumi, pestaggi e tentato omicidio o i familiari delle donne uccise, dopo breve tempo si trovino nuovamente davanti il carnefice con sorriso beffardo o ancora minaccioso. Ed è invece ciò che riporta spessissimo la cronaca.