Una lettrice chiede lumi a me che non sono un oncologo (“lo so che Lei non lo è, ma di Lei mi fido”) su come va trattato un CDIS, ossia un “carcinoma duttale in situ” del seno (nodulino circoscritto nato in un dotto mammario) di cui lei è affetta. Le rispondo con l’aiuto di due autorevoli posizioni alquanto divergenti appena pubblicate sul New England Journal of Medicine, aventi come riferimento una cinquantenne in post-menopausa come la lettrice e come lei angosciata dal timore di una eventuale mastectomia o, in caso di non intervento, da quello di non ritrovarsi dopo anni un cancro conclamato.
1. VIGILE ATTESA (Dr. L. Esserman). È sufficiente vigilare la situazione senza atti chirurgici, perché la mortalità in donne con CDIS si è dimostrata non diversa da quella di quelle non affette da CDIS. Terapia ormonale e riduzione del sovrappeso, secondo la Esserman, sono direttive efficaci da sole a ridurre del 50% il rischio degenerativo. Un controllo ogni tre mesi con RM è ritenuto sufficiente a vigilare sulla eventuale progressione del nodulo che avrà luogo comunque dolo in una esigua minoranza dei casi. Infine, sembrano in arrivo test molecolari atti a prevedere in largo anticipo il potenziale cancerogeno di uno specifico CDIS. Insomma, evitare una chirurgia frettolosa, conservare intatto il seno, stare a vedere con prudente attenzione e solo successivamente, se occorre, intervenire.
2. ASPORTAZIONE DEL NODULO (Dr. M. Morrow). La vigile attesa non è una scelta appropriata. Una meta-analisi su migliaia di pazienti mostra che note di carcinoma invasivo sfuggono nel 20% delle biopsie del nodulo, ciò che comporta un ritardo della sua asportazione in non poche pazienti. Del resto, la nodulectomia è un intervento attuabile anche in regime di day hospital e caratterizzato da un rischio complicativo minimo. La paziente deve essere inoltre debitamente informata sulla non necessità di una mastectomia. In un follow up di 12 anni relativo a 5.194 pazienti con CDIS inferiore ai 2,5 cm, una recidiva locale era registrabile solo nel 14% delle donne. Associando la radioterapia all’asportazione di un CDIS di analoghe dimensioni, la frequenza della recidiva locale si riduce inoltre più di 10 volte, elemento positivo di per sé, benché non sia chiaramente definito il guadagno concreto in termini di sopravvivenza. Anche i fautori della nodulectomia precoce riconoscono tuttavia che studi clinici con confronti diretti prospettici tra vigile attesa e nodulectomia, con o senza radioterapia, al momento non esistono.
In conclusione, pur informate delle opinioni diverse degli esperti, le donne con timori e problemi analoghi, è bene che possano contare su un ambiente oncologico serio per arrivare a una decisione condivisa caso per caso. L’oncologia di Bolzano, per chi scrive, è un riferimento di eccellenza.