Un recente editoriale della rivista NEJM rileva che oggi gli errori diagnostici sono più che in passato causa di malattie e decessi evitabili e che ciononostante l’attenzione a questo problema risulta minore di quella riservata a efficacia e effetti collaterali delle cure. Pure il costo sociosanitario degli errori diagnostici é oggi molto maggiore e ridurlo avrebbe ricadute positive sia sui pazienti che sulla spesa sanitaria. Trattare ad esempio un cancro del colon in fase avanzata per ritardo diagnostico costa almeno 3 volte di più. Altro esempio: prima dell’attivazione delle unità coronariche, dove diagnosi e terapia (medica e “disostruttiva”) sono tempestive, la mortalità dei ricoverati per infarto che era del 30% è scesa oggi al 5% ed è pure molto migliorata la qualità di vita del post-infartuato. E dunque un ritardo/errore diagnostico ha oggi per il NEJM “implicazioni molto più gravi sulla salute immediata e a lungo termine del paziente”. Lo stesso vale per l’embolia polmonare e l’ictus. Inoltre, le conseguenze di una diagnosi errata o ritardata può riguardare non solo il paziente non diagnosticato. Il ritardato riconoscimento di un’infezione batterica o virale può infatti danneggiare pesantemente pure le persone, parenti o no, che vengono a contatto con i malati. In altre parole, La mancata diagnosi di una patologia contagiosa, quali un epatite B o C, un infezione da HIV o una tubercolosi, può avere conseguenze più gravi rispetto alla errata diagnosi di una malattia non contagiosa. La non-diagnosi di una malattia infettiva microbica o virale è fatto grave specie in un mondo globalizzato dove i viaggiatori (regolari o irregolari) scavalcano i confini e, non di rado, anche i controlli. Pure l’affiorare di una crescente resistenza di molti patogeni, con concomitante sviluppo di agenti sempre più virulenti, sottolinea l’importanza di una diagnosi precisa. Dato emblematico: tra il 2000 e il 2007 la resistenza all’antibiotico meticillina è cresciuta di 7 volte e, ancora, solo per il 2% gli Stafilococcus aureus erano nel 1970 resistenti allo stesso antibiotico contro l’attuale 60%. Per l’editoriale la battaglia contro l’errore diagnostico e le sue ricadute dovrebbe pertanto richiedere maggiore attenzione e un approccio articolato. Sarebbero anzitutto necessari corsi per poter fruire di esperti formati specificamente a indagare sulle cause degli errori diagnostici con metodi innovativi più adeguati. Uno studio prospetta che una maggiore attenzione ad hoc ridurrebbe di 10 volte il numero di diagnosi sbagliate nei ricoverati (dal 20,9% al 2,1 %). Naturalmente – e ben lo rimarca la National Academy of Medicine degli Stati Uniti che già si muovono in tal senso – ci vogliono consapevolezza istituzionale del problema e fondi pubblici e privati. Questioni tutt’altro che semplici.