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“Deiscenza” è un termine medico che indica la riapertura spontanea parziale o in toto di una ferita chirurgica precedentemente suturata. Anche a prescindere dai rarissimi casi in cui la deiscenza è attribuibile a una sutura inadeguata frutto di errore del chirurgo, questa complicazione non si può comunque escludere al 100% e può colpire ogni settore. La letteratura ci dice tuttavia che alcune sedi e procedure sono più a rischio di altre. Nel volume ”Le terapie della deiscenza dell’incisione chirurgica”, il chirurgo plastico dell’Università di Torino Marco Fraccalvieri segnala come fra le deiscenze più frequentemente riscontrabili vi siano quelle dopo interventi sul ginocchio e sul tratto distale della gamba, le deiscenze in sede sternale dopo operazioni cardiochirurgiche e quelle dopo interventi sulla colonna vertebrale. E non mancano naturalmente deiscenze della ferita conseguenti a incisioni chirurgiche in ambito addominale o dopo mastectomia e successiva ricostruzione della mammella. L’incidenza della deiscenza varia alquanto a seconda della sede e della procedura chirurgica: ad esempio, si registra nel 2% degli interventi di chirurgia addominale e oscilla tra lo 0,3 e il 5% nei pazienti cardiochirurgici sottoposti a sternotomia. I costi per il Servizio Sanitario Nazionale causati dalla deiscenza ammontano da un minimo di 151 a un massimo di 453 milioni di euro, ciò che pure suggerisce di non sottostimare questo possibile evento complicativo. È dunque opportuno considerare i fattori di rischio, in primo luogo l’obesità, come si evince dalla correlazione positiva tra l’Indice di Massa Corporea (che quantifica il sovrappeso) e il numero dei casi di deiscenza. Altro fattore é il fumo di sigaretta che sembra raddoppiare il rischio e lo stesso dicasi per l’età superiore ai 65 anni. Anche l’infezione della ferita può ritenersi un fattore di rischio, magari favorita da un preesistente diabete mellito. La deiscenza di una ferita chirurgica comporta il prolungamento del ricovero o nuovi ricoveri e nuovi interventi, ciò che spiega i costi di cui sopra. Fortunatamente, la migliore consapevolezza della complicanza e i progressi terapeutici più recenti hanno ridotto sensibilmente il numero dei re-interventi che un tempo riguardavano il 90% dei pazienti con ferita riaperta. Decisiva è stata la cosiddetta “Terapia a pressione negativa” (NPWT, nell’acronimo inglese) da non confondere con la terapia iperbarica. Questa favorisce la guarigione grazie ad una pressione sub-atmosferica esercitata intorno alla ferita impiegando una medicazione sigillata collegata con una pompa per il vuoto. Con la NPWT il numero di re-interventi si è ridotto del 50% e inoltre, se iniziata subito dopo l’intervento, tale terapia si dimostra efficace anche nella prevenzione della deiscenza.
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