Sembra un destino dell’uomo quello di riconoscere i problemi solo “dopo” e non “prima”. Attualissima è oggi la questione della resistenza agli antibiotici legata in primis all’abuso dei questi medicinali. L’allarme non è nuovo tant’è che in rubrica ne ho trattato quasi ogni anno già a partire dal 2006-2007. Dieci anni fa scrivevo: “La ignoranza delle fondamentali differenze che esistono tra batteri e virus e la frequente somiglianza dei sintomi che i due agenti infettivi possono produrre (polmoniti, meningiti, enteriti) induce i pazienti, che spesso vogliono guarire <in fretta più che meglio>, a farsi prescrivere dal curante degli antibiotici anche in caso di malattie da virus che sono insensibili a questi agenti”. Il dramma della resistenza dei batteri agli antibiotici viene solo ora alla ribalta (per quanto?) grazie alla vicenda in Pennsylvania di  una donna infetta da un ceppo di Escherichia coli (batterio molto comune) risultato refrattario a tutti gli antibatterici, compreso l’antibiotico di massima efficacia specifica, la “colistina”. Questo caso ha riacceso improvvisamente le preoccupazioni in tutto il mondo. La gravità del fenomeno, sostanzialmente ignorata dai politici per anni, viene finalmente percepita dalle massime istituzioni: giorni fa ne ha parlato a lungo in TV il  Premier inglese Cameron (anche se indaffarato a  rimarcare i  rischi che il Regno Unito correrebbe uscendo dalla Unione Europea) e se n’è parlato in Giappone al recente G7, a riprova della rilevanza mondiale di tale emergenza. E anche stampa internazionale, nazionale e lo stesso nostro Alto Adige hanno dedicato alla questione un doveroso ampio spazio. È grave però che questo più che giustificato allarme esploda come se l’emergenza fosse nata  ieri. L’abuso di antibiotici, specie in malattie da virus, è invece un fenomeno ben noto da decenni ma non percepito dalla popolazione poco informata ad hoc e spesso non contrastato a sufficienza dal medico prescrittore, spinto dal timore di essere accusato di non aver dato farmaci necessari. Sin dall’uso della penicillina (scoperta  da Fleming nel 1929)  e diffusa con altri antibiotici a partire dal post-bellico si è però capito che l’efficacia degli agenti antibatterici non è quasi mai del 100%, in quanto alcuni ceppi batterici riescono a resistere all’antibiotico impiegato e pure a trasmettere geneticamente questa resistenza alle generazioni successive. Per di più, il batterio resistente trasmette questa sua capacità non solo alla propria discendenza ma anche ad altri batteri contigui trasferendo loro un pezzettino di DNA (detto Mcr-1). Questo è quanto è successo anche alla Escherichia coli che ha infettato la donna cinquantenne della Pennsylvania e salvata per il rotto della cuffia. Grazie a questo caso, i politici si accorgono finalmente che  l’uso sconsiderato di antibiotici anche quando non occorre, come avviene nelle infezioni da virus del tutto inattaccabili dagli antibatterici, è un abuso molto pericoloso e gravido di conseguenze mondiali. Eppure era già  disponibile da anni l’esempio drammatico della tubercolosi: l’essere mal trattata specie nelle aree povere del mondo ha comportato una selezione di micobatteri cosi resistenti da non rispondere più ad alcun farmaco antitubercolare. Il soggetto tbc totalmente refrattario ma potenzialmente contagioso viene pertanto considerato oggi pericoloso al pari di un terrorista e isolato e custodito come tale. I reggitori del mondo “scoprono” inoltre che al progressivo aumento di una micidiale resistenza dei batteri corrisponde un vistoso calo della ricerca industriale finalizzata a produrre nuovi antibiotici. L’industria farmaceutica nicchia infatti nell’investire molto denaro per trovare farmaci che, anche quando efficaci, sarebbero consumati (e quindi venduti) per pochi giorni, con scarse ricadute commerciali. Almeno i Paesi del  G7 dovrebbero pertanto comprendere che la ricerca per la produzione di antibiotici nuovi non può essere lasciata solo all’iniziativa privata. E non c’è molto tempo. Dai dati ricavati dal web si apprende che nel 2050 le morti ascrivibili alla resistenza dei batteri riguarderanno all’incirca 400 mila persone. Il rischio lo corrono già oggi soprattutto i soggetti defedati, denutriti, viventi in condizioni igieniche precarie o quelli ricoverati in reparti di rianimazione. Ma la globalizzazione fa prevedere che le condizioni igieniche anche dei Paesi privilegiati non miglioreranno certo, basta pensare allo standard di vita dei migranti, da quando viaggiano sui barconi a quando sono gestiti nei miserabili centri di accoglienza. Da qui, ancora una volta, emerge con forza la necessità di potenziare l’informazione medica corretta della popolazione e di attuare la profilassi vaccinale in ogni modo e per ogni patologia possibile. Il che significa anche sanzionare chi la vaccinazione la ostacola, questione scomoda questa, trattata spesso solo di striscio per ragioni politiche, e mai affrontata con energia. Ai lettori, e soprattutto a chi conta, consiglierei  il libro “Vaccini, complotti e pseudoscienza” edito mesi fa da C1V, Roma, nella Collana Scientia et Causa.