Tutti credono di sapere che il colesterolo fa male e  che quello “cattivo è l’LDL, acronimo che sta “per low density lipoptrotein” (ossia lipoproteine a bassa densità). Il dato è stato riconfermato da molti studi a partire dal 1948, anno in cui si é avviato lo studio “Framingham” riguardante 5.209 soggetti e divenuto obbligatorio punto di riferimento. Altre successive ricerche suggerivano che negli anziani con più di 65 anni con alti valori di LDL, specie se associati ad alto valore di trigliceridi, è maggiore non solo il rischio ma pure la  mortalità coronarica. Dieta, esercizio, aspirina e statine diventavano pertanto raccomandazioni “forti” (utili ai cittadini, e certo gradite dai produttori di medicinali e di alimenti anticolesterolo). Scrivevo tuttavia l’anno scorso (25/1/2015) che le LDL sono non “cattive” di per sé, ma che anzi risultano essenziali per far giungere il colesterolo all’interno degli epatociti. Solo se in eccesso nel sangue (in primis per cause genetiche e poi alimentari) esse possono invece infiltrare le pareti dei vasi favorendo così la coronarosclerosi. A regolarne la concentrazione plasmatica ci pensano dei “recettori” specifici posti alla superficie delle cellule epatiche, deputati proprio a rimuovere dal sangue le LDL in eccesso. È pertanto in arrivo l’autorizzazione alla commercializzazione di un farmaco iniettivo che abbassa le LDL impedendo che questi recettori epatocitari siano disattivati, e quindi favorendo la rimozione delle LDL.

Una meta-analisi di 19 studi (casistica di 68 mila soggetti) attuata da cardiologi di 17 Paesi coordinati da Uffe Ravnskov, pubblicata nel 2016 su BMJ open, sconvolge queste certezze. Dalla analisi dei 19 studi di coorte emergerebbe infatti una correlazione inversa tra LDL e mortalità in ben il 92% degli anziani partecipanti allo studio. Vale a dire che sembrano morire di meno gli anziani con LDL più elevate. Per gli autori della ricerca (oltre a Ravnskov colleghi britannici, irlandesi e statunitensi) «questi dati suggeriscono di ridurre l’allarmismo sul colesterolo in termini di malattie cardiache, aumentando invece il livello di attenzione sulla resistenza all’insulina, il fattore di rischio più importante per molte malattie croniche». E ancora: «Abbassare il colesterolo con i farmaci come prevenzione cardiovascolare “primaria” [in soggetti non cardiopatici, NdA] in chi ha più di 60 anni è uno spreco di tempo e risorse». Queste conclusioni possono non valere per la prevenzione “secondaria”, cioè in soggetti già cardiopatici, e per i non anziani, ma invitano comunque alla prudenza interpretativa degli studi clinici. Conviene ribadire che dieta sobria, esercizio fisico e abolizione del fumo restano i veri cardini nella lotta per la prevenzione della malattie cardiovascolari. Guardare meno la TV  e muoversi di più.