Per non dare corda alla faciloneria del populismo nostrano o straniero, un indispensabile premessa è che non esistono soluzioni facili per problemi difficili e ciò vale pure per il terrorismo di matrice jiadista. Soluzione non facile, ma molti hanno ragione di insistere affinché in generale le criticità dei nostri tempi siano almeno affrontate individuandone intanto le cause. Per quanto attiene alle carneficine favorite dall’espandersi in Occidente delle deliranti idee pseudoreligiose dell’ISIS è da anni che ci sentiamo dire dai reggitori del mondo, in sede di ONU, a Strasburgo, nei vari Parlamenti o durate le cerimonie ufficiali all’indomani di una tragedia, ultima quella allucinante di Nizza, frasi del genere: “Massima attenzione nei confronti dei terroristi”, “Gli Jiadisti non vinceranno”, “Uniti contro l’ISIS”, “La Francia a fianco dell’America“, e anni dopo “L’America vicina alla Francia”, e via dicendo. La solidarietà formale delle Autorità é inevitabile e doverosa ma non deve consistere solo in parole di circostanza, come checché se ne dica di fatto avviene (con possibili ma solo estemporanee e sterili buone intenzioni). A dimostrazione del grave divario esistente tra dichiarazioni e fatti, ci sono almeno due constatazioni. La prima é che la base essenziale per combattere concretamente contro avversari così invasati e indifferenti alla morte prevenendone le mosse, dovrebbe essere un coordinamento perfezionato tra i vari servizi segreti. Se ne parla infatti da anni, ma ci si trova sempre davanti all’auspicio multistato “di un sempre più efficace coordinamento tra i nostri Paesi”. Ma di chi è la colpa della mancata realizzazione di una “intelligence” euro-statunitense centralizzata se non dei rappresentanti dei Paesi occidentali? Questi si incontrano molto spesso intorno a tavoli eleganti e sempre ingentiliti da variopinti bouquet di fiori. Ma tra le tante cose di cui parlano possibile che non si insiste prioritariamente sull’improrogabile necessità di immediata condivisione dei dati di intelligence? Fa specie che per la delinquenza comune (fenomeno ovviamente drammatico ma assai meno pericoloso) esista da anni l’”Interpol”, ma che per affrontare il terrorismo islamista non esista ancora un efficiente “Interintelligence”.
La seconda constatazione, più malinconica ancora della prima, è che non ci si sofferma mai su chi fornisce le armi necessarie per realizzare atti terroristici o persino, vedi l’ISIS, per creare un vero e proprio stato, come il califfato. I mezzi tecnici avanzatissimi a disposizione degli Stati consentono di vedere cosa abbiamo nel piatto, cosa ci diciamo al telefono, come individuare una rampa missilistica, come usare droni con incredibile precisione. Come mai, allora, non si riesce a impedire che le armi fabbricate solo da una decina di Paesi, Italia compresa, arrivino in mani terroristiche? Come mai non si riesce a bloccare il commercio e il contrabbando di kalashnicov, di bombe, di carri armati? I governanti del mondo, non solo in Occidente, dovrebbero vigilare con grande energia proprio su questo lucroso commercio e non limitarsi a compiangere pubblicamente i civili caduti per mano di assassini armati fino ai denti. Non è certo compito di noi cittadini quello di impedire il business delle armi, ma di chi è a capo delle nazioni che producono gli armamenti. Il mondo arabo (jiadisti compresi) non produce armi, le compra di fatto (cosa grottesca davvero!) dai Paesi bersaglio. Forte sospetto è che non si faccia il controllo sullo smercio delle armi non perché sia difficile, ma perché non lo si vuole, perché gli interessi in gioco coinvolgono gli stessi governi che subiscono gli attentati. Questa è la verità brutale, un inno satanico al “pecunia non olet” portato ai massimi livelli. E dunque i politici che contano (i quali per altro non rappresentano la marea di astensionisti sia in USA che nella UE) o sono politicamente incapaci (ma allora perché mantenerli?) o in qualche modo sono di fatto collusi. La loro commozione (magari sincera) alle cerimonie e ai convegni ufficiali ci ricorda così, inevitabilmente, le lacrime di coccodrillo. I cittadini corrono il rischio di sentire anche in futuro promesse di solidarietà, di vicinanza, di prevenzione. Ma l’azione delle benemerite forze dell’ordine nei vari Paesi ha inevitabilmente luogo sempre “dopo” la tragedia o si esercita contro obiettivi appariscenti ma insufficienti (l’arresto del marocchino di turno, la chiusura di una moschea sospetta, il pedinamento di un foreign fighter), obiettivi che inopportunamente distraggono l’attenzione dei cittadini dal vero primum movens dei drammi recentemente vissuti dalla Francia, dal Charlie Ebdo, al Bataclan alla Promenade des Anglais di Nizza, e cioè dal redditizio (per qualcuno) commercio delle armi. Questo colpevole silenzio nei media, nei TG e nei talkshow va denunciato e prontamente trasformato in insistente informazione di massa. Tuttavia, l’esosità, la mediocrità e l’ambiguità di troppi non destano molto ottimismo.