La “sindrome della fatica cronica” (SFC) é una malattia reale invalidante che nulla ha a che fare con la pigrizia, con l’accidia o con la stanchezza motivata da eventi che la giustifichino (ad es. un superlavoro gravoso con prolungato deficit di sonno). La diagnosi di SFC richiede che siano tassativamente escluse possibili cause, quali malattie neuropsichiatriche (specie depressione) e dipendenze varie (stupefacenti, alcolismo). La SFC insorge spesso dopo una malattia  infettiva e colpisce di più gli adulti (30-40 anni), specie le donne. La sindrome (prevalenza tra 0,5 e 1%) perdura a lungo, potendo risolversi spontaneamente solo in una minoranza di soggetti. In anni recenti, gli esperti raccomandano di usare per tale sindrome il termine di “Encefalomielite mialgica” (EM) che alla lettera significa infiammazione del cervello associata a dolori muscolari. In effetti, si riscontrano in tali pazienti dei foci infiammatori puntiformi nel cervello e nei neuroni della radice dorsale del midollo, alterazioni del liquor, un aumento di mediatori dell’infiammazione (“citochine”) e di linfociti T e, in alcuni, pure un deficitario afflusso di sangue al cervello. Oggi la Encefalomielite mialgica è considerata esplicitamente dall’OMS una “Disgregazione del sistema nervoso centrale e del sistema immunitario”. Per la diagnosi sono richiesti criteri precisati da numerosi ricercatori e clinici (non sponsorizzati!), che si sono avvalsi di dati di letteratura relativi a 50.000 pazienti. I requisiti  diagnostici non sono molto diversi rispetto a quelli  classici della SFC, ma la di differenza cruciale sta forse nella durata dei sintomi. Infatti, per una diagnosi di SFC si richiedeva una persistenza dei sintomi per almeno 6 mesi, mentre oggi per la EM ciò non è più richiesto e la diagnosi può essere anticipata. In una recente Consensus Conference gli esperti hanno ribadito quali devono essere i principali criteri diagnostici clinici: marcata stanchezza fisica e psichica, precoce “sfinimento” dopo sforzi anche minimi, recupero lento e parziale. Deve inoltre associarsi almeno uno dei seguenti disturbi di natura neuro-muscolare o endocrina, quali in primis dolori artro-muscolari, sonno disturbato e non ristoratore, incertezza decisionale, perdita di memoria a breve termine, mal di testa, disturbi simil-influenzali e suscettibilità alle virosi, anomala sensibilità termica e “intolleranza ortostatica” (difficoltà a mantenere a lungo la posizione eretta senza disturbi, come tachicardia, mancamento, visione confusa). Le terapie, oltre che poco efficaci, sono molto eterogenee (immuno-modulatori, anti-virali, acetil-carnitina, immunoglobuline ad alto dosaggio), ciò che attesta le incertezze circa l’interpretazione etiopatogenetica di questa sindrome e la necessità di una terapia multifattoriale.