Per bloccare la secrezione acida dello stomaco si usano oggi i cosiddetti “inibitori della pompa protonica” (IPP) costituita dall’enzima HK-ATPpasi. Essi vengono usati a breve termine nei pazienti ulcerosi e, più a lungo, in quelli con esofagite da reflusso o per la protezione gastrica in caso di cure prolungate con anti-infiammatori, aspirinetta o antiaggreganti piastrinici e/o anticoagulanti. Tuttavia, nel 70% dei casi gli IPP risultano prescritti a lungo anche quando non occorre, ciò che aumenta il rischio di effetti collaterali, rari ma possibili perché l’enzima HK-ATPasi esiste oltre che nelle ghiandole gastriche che producono acido cloridrico, anche in altre sedi. Su tali possibili effetti è stata attirata l’attenzione già nel 2010 con un articolo titolato Less is more (Meno è di più). Negli anni successivi, alcuni studi sul rischio degli IPP-trattati a lungo termine merito di essere riportati, ribadendo per altro a chi legge la differenza fondamentale che c’é tra rischio e malattia. Al rischio complessivo di una persona concorrono infatti numerosi e variabili fattori individuali. Inoltre, gli studi clinici in merito sono tutti basati sull’osservazione retrospettiva che produce dati più fragili che perentori. Ciò premesso, è vero che tali studi su molte migliaia di pazienti IPP-trattati seguiti per 10 anni hanno suggerito un rischio di nefrite cronica maggiore del 50% rispetto a quello dei non IPP-trattati o dei curati con i “vecchi“ e meno efficaci H2-Antagonisti (cimetidina, ranitidina). Anche il rischio di danno renale acuto, probabilmente preceduto da una nefrite interstiziale, sarebbe 2-3 volte maggiore in coloro che assumono gli IPP (specie se con più di 65 anni e trattati più per più tempo). Negli IPP-trattati cronicamente anche il rischio di fratture ossee risulterebbe maggiore (+50% il rischio per l’anca, e +33% quello per la colonna vertebrale). La prolungata inibizione dell’acidità farebbe anche aumentare del 70% il rischio di ridotto assorbimento di ferro e vit B12 e di infezione intestinale da “Clostridium difficile”, per cui la FDA ha imposto dal 2015 questo avvertimento nel foglietto illustrativo. A causa della ipoacidità gastrica seguita da eventuale iperaccrescimento batterico, anche il rischio di polmonite aumenterebbe del 34% nella popolazione (ma non nei ricoverati!). Contraddittori i dati sul rischio cardiovascolare: soprattutto omeprazolo e esomeprazolo ridurrebbero l’efficacia della terapia antiaggregante con clopidogrel. Nel 2011 la FDA ha infine segnalato un calo del magnesio circolante nei soggetti IPP-trattati (spesso associato al danno renale). Ribadendo che rischio non significa malattia, sembra tuttavia intelligente evitare di correrlo quando non è necessario. Quando occorrono, ovviamente, l’uso degli IPP va raccomandato e attuato senza patemi.