To dope” in inglese significa drogare e da qui il termine “doping”, riferito all’uso illecito nello sport agonistico di sostanze varie, costituite principalmente da EPO (eritropoietina), anabolizzanti e anfetaminici. L’attenzione al doping è cresciuta grazie soprattutto ai due noti atleti pizzicati di recente dall’antidoping: Maria Sharapova, tennista russa (Meldonium è il nome del farmaco considerato dopante dal settembre 2015), e Alex Schwazer, maratoneta altoatesino (positivo per l’EPO nel 2012 e di controversa positività per tracce di anabolizzanti nel 2016). Esiste un’altra possibilità peculiare di doping, non svelabile dai controlli convenzionali, affiorata grazie alle recenti acquisizioni riguardanti il fenomeno del  placebo. I non esperti ignorano che il placebo può consistere non solo in un composto inerte, ma anche in una suggestione verbale, un’(auto)ipnosi, un rituale pre-gara. È ben documentato oggi, anche grazie alla PET e alla RM, che il placebo non è solo suggestione ma è in grado di sollecitare concreti effetti biochimici positivi che si traducono in maggiore resistenza al dolore e alla fatica, in  effetti “adrenalinici” e in maggiori autostima) per cui era logico porsi il quesito se anche le attività agonistiche non ne potessero essere influenzate positivamente. Una meta-analisi di 14 studi, attenta sia a parametri di performance (potenza muscolare, velocità, frequenza cardiaca) che ad aspetti psicologici (percezione dello sforzo, tolleranza della fatica e del dolore, stato d’animo pre-gara) dimostra “che l’effetto placebo può entrare in gioco pure nelle competizioni sportive.” Complessivamente, si ritiene che il miglioramento delle prestazioni fisico/atletiche negli atleti placebo-trattati (calciatori, tennisti, cestisti, rugbisti, pallanuotisti, pesisti) oscilli in media tra il 4 e il 20%, e che nella maggioranza dei casi sia compreso tra 1 e 5%. Tali percentuali di miglioramento sembrano numericamente piccole ma in realtà possono favorire prestazioni atletiche molto significative. Nel sollevamento pesi, ad esempio, già un incremento dell’1% potrebbe risultare decisivo in una competizione, figuriamoci un aumento del 10%! Condizionamento e aspettative sono componenti essenziali dell’effetto placebo e pertanto, se sfruttati (consciamente o no) da un allenatore al fine di indurre maggiore autostima, maggiori concentrazione, tolleranza al dolore e resistenza alla allo sforzo, non possono che apportare sicuri vantaggi durante le gare. Claudio Ranieri effetto placebo? A giudicare dall’exploit del suo Leicester City Football Club verrebbe da pensarlo. Al contrario, a  giudicare dal ricambio vivacissimo dei Mister nel Palermo, ci si potrebbe chiedere se in terra sicula sia più arduo per un allenatore esercitare un effetto placebo (ma sappiamo che la spiegazione è un’altra!).