Come precisato in altre occasioni, le nostre difese immunitarie sono garantite da anticorpi circolanti e da cellule che in parte producono questi anticorpi (linfociti e plasmacellule) e in parte degradano direttamente gli elementi estranei (linfociti killer, monociti e granulociti) che aggrediscono l’organismo. Un soggetto nel quale le difese immunitarie risultino deficitarie per qualsiasi motivo è inevitabilmente esposto a gravi conseguenze cliniche. La “sindrome da immunodeficienza acquisita” (AIDS), dovuta al virus HIV, ne è l’esempio più immediato e più noto. Diverso esempio di patologia immuno-correlata è la tiroidite di Hashimoto, in cui è l’organismo a produrre anticorpi contro sé stesso (autoanticorpi). Ma le immunocellule sembrano fare anche altro: un team di neurologi del King’s College di Londra, guidati dalla dottoressa Denk, hanno infatti scoperto che queste cellule hanno anche altre sorprendenti e impreviste capacità che nulla hanno a che fare con l’immunità. In particolare essi hanno rilevato che alcune cellule immunitarie sono in grado di far “ricordare il dolore” anche quando le cause che lo hanno provocato non sussistono più. Interesse scientifico a parte, tale ricerca, pubblicata quest’anno sulla rivista “Cell Report”, sembra avere potenziali ricadute cliniche: potrebbe concretamente aiutare a capire la natura del dolore cronico e, di conseguenza, pure a progettare farmaci specifici per combatterlo. Nell’articolo la dottoressa Denk segnala che negli animali affetti da dolore cronico i nervi coinvolti nella sensibilità esterocettiva (termica, dolorifica e tattile) amplificano abnormemente la percezione del dolore. Alla base ci sarebbe un’alterazione molecolare/strutturale soprattutto della componente proteica dei nervi avviata da uno stimolo algogeno indotto in precedenza da una lesione o da una malattia. Rimane però da comprendere perché una tale percettività abnorme permanga a lungo, anche quando le cause che hanno determinato inizialmente il dolore non ci sono più. La questione da porsi è perché le alterazioni strutturali molecolari/proteiche dei nervi persistono nonostante la capacità di rigenerazione tessutale che il corpo possiede. Dalla ricerca della Dr.ssa Denk, condotta per altro sui topi e non sull’uomo (differenza non piccola!), emergerebbe che sono proprio le cellule immunitarie presenti nel cervello a essere coinvolte nella memoria del dolore cronico. L’evento algogeno scatenante, attraverso modificazioni biochimiche peculiari, lascerebbe un’impronta tenace nel DNA della cellula immunitaria, modificando per altro non i geni ma la loro espressione. Non è escluso che lo stesso meccanismo biochimico responsabile della memoria protratta a lungo termine possa sussistere anche a livello delle cellule nervose e non solo delle immunocellule.