Negli USA le regole federali in tema di marijuana sono proibizioniste tout court, ma in non pochi degli Stati nordamericani le norme sono più permissive. In questi ultimi si rispettano molto meno i criteri per un suo uso terapeutico (come anti-nausea e anti-dolore nei pazienti in chemioterapia o affetti da severa spasticità muscolare) raccomandati nel 2016 dalla Federation of State Medical Boards (FSMB). Secondo la FSMB il medico che ritiene di prescrivere marijuana dovrebbe avere: 1) una documentazione del suo rapporto con il paziente (che non può essere né un familiare né lui stesso); 2) valutato se il paziente ha sofferto di malattie mentali o ha fatto uso di droghe; 3) spiegato rischi e benefici della marijuana, l’inesistenza di una standardizzazione, il divieto di guidare l’auto durante la terapia; 4) preparato un progetto di cura scritto e con espliciti dettagli circa l’uso; 5) dichiarato che la scelta non viola le norme federali; 6) monitorato i registri esistenti circa efficacia e sicurezza della marijuana; 7) avviato per un pre-parere i sospetti di pregressa tossico-dipendenza o di malattia mentale allo psichiatra o allo specialista del dolore o all’esperto di dipendenze; 8) archiviata una cartella con anamnesi, esame obiettivo, data iniziale e durata della cura, dosaggio della marijuana, copia del consenso informato firmato dal malato; 9) provato l’assenza di conflitto di interessi (ad es. l’assenza di rapporti con centri di coltivazione della cannabis; 10) dichiarato di non farne uso personale durante l’esercizio professionale. Tali norme restrittive esprimono evidentemente la preoccupazione del FSMB di proteggere i cittadini americani (ma dalla disinvolta compravendita di armi no?) controllando l’integrità morale/professionale dei medici che eventualmente prescrivono marijuana a scopo terapeutico. Sembra comunque ben lontana la legalizzazione della cannabis ad uso ricreativo, accettato per ora pur con limitazioni solo in una manciata di Paesi. In Italia, anche se con precise strettoie, l’uso terapeutico della marijuana è ragionevolmente consentito da anni, mentre un suo uso ricreativo anche attualmente è oggetto di contrasti e dibattiti, spesso viziati da posizioni preconcette. Una sorpresa poco nota ai non addetti è che la marijuana non è solo quella comprata dal pusher per “andare in orbita”, ma anche quella assai diversa per formula chimica ma di effetto identico che il nostro stesso corpo produce spontaneamente (“endocannabinoidi”) a fini antidolorifici. Lo testimonia l’esistenza di sette aree cerebrali dotate di recettori specifici per la marijuana. Questi non sono certo una presenza né casuale né prevista per la cannabis ricreativa: Dio o selezione naturale non perdono certo tempo a creare strutture biologiche inutili senza un preciso significato funzionale!