L’Ordine dei Medici giorni fa ha organizzato un convegno dedicato alla “Slow Medicine” (“Medicina non frettolosa”). Gli intenti di questa medicina nata nel 2011 per iniziativa di medici e non medici, sono oggettivamente encomiabili. C’è da chiedersi, tuttavia, se si tratta di una “scoperta” recente o se invece non si cerchi di recuperare i requisiti che la buona medicina ha da sempre richiesto e che sono andati via via sfumando. Insomma, una specie di ritorno al giuramento di Ippocrate che nessuno studente di medicina, contrariamente a quanto ingenuamente si ritiene, è tenuto a sottoscrivere al momento della laurea. I canoni della medicina “slow” sono dunque antichi, ma troppe volte non applicati a svantaggio dei pazienti. Solo il recupero di certi valori consentirebbe alla medicina di integrarsi con gli enormi progressi tecnici che da soli possono risolvere la malattia di un paziente, ma non rispondere alla sua complessità umana ed esistenziale. Senza ” la presa in carico completa della persona – scrive Giorgio Bert (Istituto di Counselling, Torino) – può ben esserci la regressione dei sintomi e qualche volta della patologia, ma non c’è benessere, non c’è salute”. Queste parole ci riportano al significato profondo della definizione di salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (1948) troppo spesso dimenticato: “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o di infermità.” Il medico slow che aderisce a questa ”medicina sobria, rispettosa e giusta” dovrebbe avere le seguenti 10 caratteristiche: 1. Ascoltare il paziente con attenzione; 2. Prenderlo sul serio; 3. Lasciarlo parlare o, anzi, invitarlo a raccontare; 4. informarsi se ha difficoltà a seguire la cura; 5. Visitarlo di nuovo, anche a breve, se i disturbi non passano; 6. prendere le decisioni coinvolgendo il paziente; 7 incoraggiarlo a porre delle domande per capire meglio; 8. non “avere la maniglia sulla porta” o alzarsi in piedi prima di aver concluso la visita; 9. non usare o rispondere al cellulare durante la visita; 10. Tener conto dell’ambiente familiare in cui il malato vive. Sarebbe auspicabile insomma -e non solo secondo Bert- che “la conoscenza scientifica, ovviamente necessaria (e di continuo aggiornata) fosse sempre abbinata alla conoscenza di uomini e donne in quanto persone oltre che pazienti.” Chi può non condividere questa filosofia? Il problema, però, è duplice e chiama in campo sia la personalità e l’etica del medico, sia la possibilità reale che viene istituzionalmente data ai dottori che vorrebbero esercitare “slow”, invece che “fast”. I limiti di certi medici (e di certi pazienti?), gli organici insufficienti e la sollecitazione subita ad attuare visite ed esami in tempi sempre più ridotti non favoriscono certo la pratica slow