A circa 20 anni dalla sua scoperta si riconosce ormai alla “calprotectina” (C) fecale un ruolo importante nella diagnostica delle infiammazioni del colon. La C è una proteina presente in vari umori dell’organismo (saliva, siero, urine, liquido cefalo-rachidiano) ma in quantità ben maggiore si trova nei granulociti neutrofili. Questi rappresentano la quota maggioritaria dei globuli bianchi del sangue deputati, come i monociti (altro sottogruppo), a fagocitare ed eliminare agenti patogeni o materiale potenzialmente aggressivo. I granuli dei neutrofili sono infatti ricchi di enzimi atti a degradare tali “aggressori”. I granulociti sono richiamati nel sito di infiammazione grazie a segnali molecolari (interleuchine, leucotrieni) che ricevono per via ematica dalle cellule che rivestono i microvasi del tessuto infiammato e dagli stessi monociti. La battaglia contro ogni infiammazione nel nostro organismo è incessante e si calcola che oltre 100 miliardi di cellule staminali nel midollo osseo si differenzino ogni giorno in granulociti neutrofili per poi immettersi nella corrente sanguigna. Ne viene che una concentrazione anormale dei neutrofili, la cui vita per altro dura meno di tre giorni, è sicuro segno di infiammazione. Esempio eclatante è l’ascesso, raccolta circoscritta di neutrofili e essudato nota comunemente come “pus”. Nelle feci la concentrazione di C è anche nei sani 6-7 volte più alta che non nel plasma e resta stabile per circa una settimana. Questo spiega perché nelle coliti infiammatorie, specie in quelle croniche come colite ulcerosa o morbo d Crohn, il dosaggio della C sia estremamente utile per differenziare queste coliti dal colon irritabile, una malattia non organica che almeno inizialmente può dare sintomi piuttosto simili. Anche nel colon irritabile può registrarsi un aumento della C fecale, ma esso è molto meno vistoso di quello registrabile nelle vere coliti infiammatorie in fase di attività. L’aumento della C nelle feci si spiega con il fatto che i granulociti attratti nelle zone intestinali infiammate, al termine del loro ciclo vitale, attraversano la mucosa del colon per migrare nel lume e mescolarsi alle feci. Per eseguire il test (che costa circa 30 euro) basta prelevare in apposito contenitore una piccola quantità di materiale fecale. Ai pazienti che mi chiedono cosa fare in caso di diarrea confermo che l’esame può esser attuato lo stesso facendo filtrare il materiale fecale liquido su carta assorbente e raccogliendo poi il residuo umido rimasto sulla carta. I valori vengono dati in milligrammi per Kg (in assenza di infiammazione: meno di 50 mg/Kg). I dati possono esser falsati dalla presenza di infiammazioni bronchiali, se ciò comporta la deglutizione di muco, o anche dall’uso cronico di antiinfiammatori potenzialmente tossici sulla mucosa intestinale.