Il Natale può essere vissuto in ottica religiosa, laica, mercantile e medica, tutte molto diverse tra loro.

  1. Per i cristiani osservanti e coerenti (non proprio la maggioranza…) è un momento di grande commozione, una rievocazione dal forte significato simbolico: l’unione della famiglia, l’essenzialità ambientale, una tenerezza così coinvolgente e da far dimenticare il mistero di una natività che si propone sia umana che ultra-umana: la verginità che rimane intatta, ma solo se il concepito si chiama Gesù ed è figlio di Dio.
  2. Per coloro che professano altre fedi, o per chi non ne ha alcuna, il Natale non ha significati particolari e diventa sostanzialmente un occasione di allegria pagana, di regali da fare e da ricevere. A sdrammatizzarne il messaggio cristiano concorre pure il fatto che il presepio non è l’unica testimonianza di una giornata speciale e deve sempre più convivere con personaggi improbabili quali Babbo Natale, Babbo Gelo, Santa Klaus.
  3. Per i commercianti Natale è solo un’opportunità redditizia, dato che per molti regalare e regalarsi è più gratificante e meno faticoso che pensare. Ma vendere e comprare nulla ha che fare con il significato della festività. Il logos della categoria non è Jesus ma “pecunia non olet”, l’adagio latino che sottolinea come il denaro non abbia mai cattivo odore.

4. Un ottica medica con cui guardare al Natale può sembrare una forzatura, a meno che il medico non si proponga di affrontare scientificamente lo scoglio della ”immacolata concezione”. Questa “straordinarietà”, in effetti, a un dottore crea qualche difficoltà…interpretativa. Eppure un ottica medica con cui riflettere seriamente in particolare (ma non solo) sotto Natale c’è. Chi per sua scelta si è infatti impegnato a curare professionalmente dei malati e a salvare possibilmente delle vite, è costretto a constatare che il suo nemico ultimo, la morte, sta assumendo nel mondo una dimensione impressionante e non a causa di malattie, ma per incessanti guerre, attentati e violenze non meno brutali. Ed è proprio di fronte a questo scenario che il medico scopre che il suo contributo a salvare poche persone viene vanificato completamente. Egli si rende conto sgomento che fare bene il medico in un mondo che esplode (e non solo metaforicamente) è come cercare di svuotare con un cucchiaino da tè un paese completamente allagato, mentre l’alluvione non cessa e altra pioggia precipita in aree che già stanno sott’acqua. Così, mentre da noi si festeggia riccamente il Natale con luminarie e vetrine allettanti che esaltano lo shopping, ci si dimentica facilmente che migliaia di persone muoiono contemporaneamente di fame o vengono uccise, che migliaia di donne sono violentate, e che migliaia di bambini non diventeranno mai adulti e, se gli va bene, saranno solo orfani o “diversamente abili”. I progressi indubbi della medicina ci mettono a disposizione sempre nuovi trattamenti che consentiranno in molti casi di strappare sempre più alla morte centinaia di pazienti nel mondo. Ma basta soffermarsi sui lunghi mesi di calvario della gente di Aleppo (ed è solo un esempio!) per far capire che i vantaggi delle nuove cure , in una visione globale, sono complessivamente del tutto irrisori. Di fronte alla simbolica e straziante foto del bambino sopravvissuto di Aleppo che guarda davanti a sé nel vuoto, irrigidito, emozionalmente morto e di certo senza feste di Natale nel suo futuro, un medico più degli altri dovrebbe auspicare con forza una strada operativa comune, tutti assieme e nell’interesse di tutti e a prescindere da ideologie e collocazioni politiche, una via d’uscita che serva a sradicare alla radice una tragedia di dimensioni bibliche. E fanno onore alla professione quei medici che in varie organizzazioni non governative “festeggiano“ il Natale senza chiasso e senza luminarie, in zone di guerra impietose e a rischio della propria vita. Sempre poca cosa se si pensa che 5 miliardi di persone, anche a prescindere dalle guerre, non hanno accesso a cure anche minime, in special modo chirurgiche. Che è un altro modo di morire presto se non subito, come in guerra. Prima, durante o dopo Natale.