Cardini della terapia anticancro sono la chirurgia (sempre più selettiva e conservativa), la chemioterapia (sempre più “intelligente”) e la radioterapia (sempre più mirata). L’efficacia della terapia può variare molto da un tumore all’altro e a seconda della sede, della fase in cui esso viene scoperto e dalla presenza o meno di metastasi che complicano ulteriormente oltre che la prognosi le strategie terapeutiche. La prestigiosa rivista NEJM ha di recente riportato una prospettiva aggiuntiva di cura nei pazienti con cancro metastatizzato del retto. Il razionale è che i malati di cancro presentano spesso una mutazione del gene chiamato K-ras, variabile a seconda dell’organo colpito: ad esempio, nel cancro del pancreas un K-ras mutato è riscontrabile nel 100% dei pazienti, mentre in quello del colon-retto la mutazione è presente solo nel 30- 50%. Il gene K-ras indenne serve a programmare la sintesi di un recettore proteico (immaginiamolo come una “serratura”) presente sulla superficie delle cellule (noto agli esperti come EGFr). Questo è adatto a legarsi con il “fattore di accrescimento delle cellule staminali” (per gli esperti SCF), che va immaginato come una chiave. L’inserimento della “chiave” nella “serratura” stimola la moltiplicazione cellulare ma in modo controllato, cioè compensato da un concomitante fisiologico freno proliferativo. Quando invece il gene K-ras ha subito una mutazione, la chiave non può più entrare e si assiste allora alla proliferazione cellulare incontrollata che caratterizza il cancro. Ebbene, gli oncologi dell’Istituto del cancro di Bethesda hanno usato linfociti T citotossici capaci di riconoscere la mutazione del K-ras, di neutralizzarla e di contrastare così l’ulteriore sviluppo del cancro e delle metastasi. L’esperimento è stato fatto su una donna di 50 anni, affetta da un cancro del retto già con metastasi multiple del polmone, per verificare se l’infusione di linfociti T citotossici risulta efficace anche nei confronti delle metastasi. Da una di queste rimossa chirurgicamente i ricercatori hanno “estratto” i linfociti T citotossici, coltivandoli poi in laboratorio e scoprendo 4 tipi linfocitari particolarmente capaci di riconoscere il gene K-ras mutato della paziente. Dopo attuazione della chemioterapia standard, 100 miliardi dei linfociti coltivati sono stati infusi endovena nella paziente per 20 minuti e subito dopo è stata somministrata una sostanza (IL-2) che stimola ulteriormente i linfociti T. Nella paziente, che prima dell’infusione aveva 7 metastasi polmonari nei 9 mesi successivi si registrava prima la diminuzione e poi la scomparsa di 6 di esse, mentre la settima era asportata chirurgicamente. Una rondine non fa primavera, ma la strada è aperta e l’immunoterapia del cancro sembra prospettarsi sempre più come un progresso plausibile