È del chirurgo pediatrico americano CE Koop la frase “I farmaci non agiscono nei pazienti che non li assumono”. Affermazione ovvia per dire che in alcuni pazienti (non pochi!) la cura fallisce solo perché i farmaci prescritti non si assumono con regolarità (orario incongruo, sottodosaggio, interruzione prematura). In “medichese” la aderenza alla terapia si chiama “compliance” (C) e questa è considerata buona se il paziente la osserva almeno per l’80% e scadente se è inferiore al 80%. Ovviamente, è più facile che una cura venga attuata male quando i farmaci da assumere sono tanti, il che fa già prevedere una scadente C negli anziani spesso sottoposti a multi-terapia. L’importanza della C ben nota ai medici (a tutti?) é sottostimata dai pazienti. Esempio emblematico è la percentuale di infezioni in soggetti defedati in chemioterapia per cancro: in quelli che assumono preventivamente antibiotici la percentuale di infezioni è del 18% se la C è buona contro il 53% di quelli la cui C cattiva. E lo stesso avviene sorprendentemente anche in coloro che assumono placebo: nei soggetti “compliant” la l’infezione è del 32% versus il 64% nei “non-compliant”. L’importanza della C in 123 mila anziani (media di 74 anni) con diabete di 2° tipo, seguiti dal 2009 al 2014, è stata analizzata in uno studio del 2016. Nel confronto buona versus cattiva C i parametri di giudizio erano: frequenza e durata dell’ospedalizzazione, accesso al Pronto Soccorso (per ipoglicemia o coma), spesa farmaceutica e costi di gestione dei pazienti a domicilio. Poco più del 10% dei diabetici era curato con insulina, mentre la dose media di farmaci ipoglicemizzanti orali era di 1,4 compresse, da aggiungere a altre 6,4 cp/die di farmaci non ipoglicemizzanti. Lo studio dimostra che solo due terzi dei diabetici rispettano la terapia oltre l’80% e che grazie a tale buona compliance tutti i parametri sopra considerati risultano migliorare proporzionalmente al grado di aderenza alla terapia. Più in dettaglio: rispetto a quelli “non-compliant”, nei diabetici con buona C si registrava una riduzione del 18,80% della ospedalizzazione, del 17,90% di accesso al Pronto Soccorso e del 30% della durata di degenza ospedaliera. I costi totali pro capite nel periodo considerato passavano da 73 mila dollari USA nei pazienti “non-compliant” ai 44.185 dollari per quelli “compliant”. La spesa farmaceutica per questi ultimi era invece superiore, ma di poco, (13.380 versus 12,280 USD), compensata per altro dai netti vantaggi. In conclusione, almeno in pazienti anziani con diabete di tipo 2 la buona compliance si associa a una cospicua riduzione delle complicanze acute, di ricorso al Pronto Soccorso, delle ospedalizzazioni, della loro durata, con non poco risparmio sociosanitario. Meno farmaci, ma più serietà nel curarsi. Conviene a tutti.