L’American College of Cardiology (ACC) e l’American Heart Association (AHA) si sono occupati mesi fa della terapia antiaggregante nei pazienti a rischio coronarico (prevenzione dell’infarto) o più ampiamente del rischio cardiovascolare (emboli, ictus). I farmaci anti-aggreganti sono così detti in quanto impediscono l’aggregazione delle piastrine, quei corpuscoli privi di nucleo prodotti dal midollo osseo che concorrono, assieme con altri fattori circolanti, alla coagulazione del sangue. Le piastrine sono preziose in caso di eventi emorragici ma, se la coagulazione avviene all’interno di vasi, l’aggregazione piastrinica diventa non un meccanismo difensivo ma un pericolo costituito da trombosi e da potenziali emboli. In caso di trombosi coronarica, a causa di un deficitario flusso di sangue al cuore, l’infarto è la conseguenza più temibile. In caso di fibrillazione atriale che favorisce la formazione di trombi nell’atrio sinistro, il rischio maggiore è invece quello dell’embolia cerebrale e dell’ictus. Esistono 4 classi principali di farmaci anti-aggreganti, tra i quali l’aspirina (al dosaggio di 100mg) è il medicamento più usato. Ogni classe farmacologica agisce con meccanismo assai diverso e sempre maggiore è l’evidenza dei vantaggi che si hanno associando all’aspirinetta uno degli altri antiaggreganti (ticlopidina, clopidogrel, abciximab, eptifibatide, dipiridamolo). Basandosi su 6 Linee Guida proposte da istituzioni cardiologiche dal 2011 al 2014, l’ACC e l’AHA sono pervenuti alle seguenti raccomandazioni per la doppia terapia: 1. È ragionevole iniziare con una associazione aspirinetta (100 mg) + altro antiaggregante per ameno 1 anno in pazienti con insufficienza coronarica stabile sottoposti a bypass aorto-coronarico; 2. Doppia terapia antiaggregante per 6-12 mesi nei soggetti coronaropatici sottoposti a impianto di uno stent medicato o, solo per qualche mese, dopo stent coronarico metallico; 3. Anche nella insufficienza coronarica acuta va utilizzata una doppia terapia antiaggregante, sempre con aspirinetta; 4. É comunque consigliabile una duplice terapia antiaggregante, anche nella maggioranza dei pazienti coronaropatici asintomatici e la durata, in questo caso, va personalizzata soppesando nel singolo individuo il rischio di trombosi coronarica contro quello emorragico. Inutile ricordare che la terapia antiaggregante è cosa ben diversa dalla terapia anticoagulante, il cui obiettivo non è quello di ostacolare la aggregazione piastrinica, ma di inceppare la cascata coagulativa ( costituita da ben 13 fattori). In questo ambito, e ne abbiamo già scritto più volte, al classico coumadin si sono affiancati oggi farmaci anti-fattore X (dabigatran, rivaroxaban, apixaban) che non richiedono controlli periodici dell’attività protrombinica né particolari restrizioni dietetiche (verdura).