Diversamente dai quadrupedi, l’uomo cammina su due gambe, per cui il peso del corpo grava soprattutto sulla colonna vertebrale, su ginocchia e sui piedi. Oggi, poi, grazie all’aumento della vita media cresce il numero degli anziani e l’usura osteoarticolare è più frequente benché talora correggibile con interventi più o meno invasivi. Tuttavia, il mal di schiena non è sempre dovuto al sovraccarico più prolungato del rachide e penalizza pure l’età di mezzo, anche se non sempre si riesce a trovare una causa precisa (spondiloartrosi, discopatia, ernia discale, altro). In questo caso gli inglesi parlano di lower back pain e noi di mal di schiena o lombalgia. La lombalgia senza causa apparente è una sfida per il medico che si vede costretto a ricorrere alla cieca a antidolorifici-antiinfiammatori. Tra questi frequentemente prescritta è la tachipirina (o efferalgan o paracetamolo o acetaminofene), analgesico ritenuto meno gravato da effetti lesivi a carico soprattutto del tratto gastrointestinale. Nonostante l’ampio uso che se ne fa, la cura con paracetamolo viene prescritta senza prove della sua efficacia. Nel 2016 la Cochrane Collaboration ha pubblicato una revisione di tutta la letteratura per definire la reale consistenza dell’effetto anti-mal di schiena del paracetamolo. La Cochrane è una associazione indipendente “not for profit che si avvale di migliaia di collaboratori in 100 Paesi e si propone di esaminare sistematicamente tutti i dati pubblicati su un determinato tema (solitamente una terapia). La grossa rassegna firmata da Saragiotto et al (“Paracetamol for low back pain”, Cochrane Review 2016) di 4449 cartelle cliniche è stata alla fine condotta su 3 studi clinici controllati rigorosi in doppio cieco contro placebo (per definizione farmacologicamente inattivo), per un totale di 1825 pazienti. Due studi riguardavano pazienti con mal di schiena acuto, insorto improvvisamente, mentre nel terzo erano arruolati pazienti con lombalgia cronica, vale a dire persistente da almeno 6 settimane, anch’essi senza causa accertabile. La dose di paracetamolo orale variava da 1 a 4 grammi nelle 24 ore e fino a 4 settimane di cura. I parametri di giudizio prescelti erano molto comprensivi: dolore, grado di invalidità, qualità di vita, effetti indesiderati, bontà del sonno e, infine, eventuale uso da parte dei soggetti arruolati di altri farmaci se l’azione antidolorifica del paracetamolo fosse risultata insufficiente. Per la qualità delle prove esaminate ci si basava su un metodo accettato dalla comunità scientifica noto come GRADE (ideato a stabilire non solo l’efficacia ma anche il grado di raccomandabilità di una terapia). Conclusioni scarne: nella lombaggine sia acuta che cronica il paracetamolo non mostra di avere un’efficacia superiore a quella del placebo. Teniamolo a mente.