Il prof. Tony Steele è un traduttore (italiano-inglese) al cui aiuto ho fatto ricorso per le versioni inglesi di alcuni miei scritti. Nel tempo, è nata tra di noi un’amicizia solida al di là del rapporto professionale. Ordinando la posta arrivatami negli ultimi mesi ho trovato una sua lettera, rimasta imbucata sotto una pila di cartacce, in cui egli si diceva d’accordissimo con quanto avevo scritto su Alto Adige e cioè che la tragedia dei lager non doveva essere ricordata in qualche commemorazione annuale, ma doveva essere oggetto di insegnamento nelle scuole e di attenzione nei media. La memoria e le parole sono purtroppo spazzate via facilmente dall’oblio e della annoiata indifferenza di molti. Tony Steele mi citava nella sua lettera pure particolari della propria storia personale che mi sento in dovere di riproporre talis et qualis al lettore: “A 17 anni ho passato un mese a Leoben nella Stiria austriaca. La famiglia presso la quale alloggiavo – e tutta la popolazione locale – sosteneva biecamante che l’Olocausto fosse una pura invenzione degli alleati. Insomma, tutto falso, inventato, non una parola di verità. Peggio ancora, nel 1961 dove stavo insegnando in una scuola superiore di Landshut nella Baviera. Avevo appena compiuto 20 anni quando fui invitato ad un ricevimento pubblico con altri 100 partecipanti, tra i quali il fratello di Franz Joseph Strauss, cosiddetto Re della Baviera. Lui era seduto proprio di fronte a me. Abbiamo avuto un litigio furibondo, io e lui, durato più di due ore, perché Strauss, sostenuto da quasi tutti gli ospiti presenti, insisteva spudoratamente che il campo di sterminio di Dachau (lager poco distante da Landshut e da Monaco) non esisteva [neretto originale nella lettera di Steele]. Il litigio andava molto al di là di ogni considerazione “politica” e le bugie consapevoli di quell’uomo mi facevano infuriare. Quello che non sapevo in quel momento era che, nella scuola dove stavo  insegnando, il Vice Direttore negli anni ’30 era Gebhardt Himmler, padre di Heinrich. In seguito, sono stato “stranamente” trasferito a Deggendorf sul Danubio, al confine con l’Austria. A Londra, al British Council che mi aveva mandato a Landshut, avevano ricevuto un rapporto sulla mia infuriata ed erano curiosi di saperne di più. Per me, allora, le dichiarazioni menzognere di Strauss erano molto più di una generica contrapposizione “politica”, erano indice di una meschinità profondamente disumana, difficile da comprendere e da commentare. Non dubito che a Leoben come a Landshut molti la pensano ancora oggi allo stesso modo di Herr Strauss. All the best, Giorgio”.

La lettera del 5/12/ 2016, alle ore 5 del mattino [neretto di chi scrive], conferma che l’olocausto anche 60 anni dopo l’orrore rimane una ferita difficile da cicatrizzare per tutti gli uomini di buona volontà.