Sulla rivista JAMA Internal Medicine è stato pubblicato online (dic 2016) l’articolo “Donne in medicina e risultati nei pazienti: diritti eguali per risultati migliori?”. L’editoriale non avrebbe ricevuto la dovuta attenzione a causa dello scarso… indice di gradimento dei colleghi maschi. È da notare che nel mondo accademico [solo in USA?] le medichesse hanno minore possibilità di raggiungere un ruolo apicale (11,9% vs il 28,6%). Inoltre, il supporto che consente di far carriera risulta per i dottori del 67,5% più elevato di quello delle dottoresse (980 mila vs 585 mila dollari). Infine, lo stipendio delle dottoresse è dell’8% più basso di quello dei colleghi maschi. Un’evidente “disparità di genere” che non pochi giustificano con la parentesi improduttiva delle medichesse costituita dall’assenza dovuta alle gravidanze e dalla più frequente scelta del part-time per accudire meglio i figli. Tuttavia, per quanto attiene alla produttività, l’editoriale stressa esattamente il contrario, e non solo in ambito accademico. In sintonia sembrano pure i dati ricavati dai pazienti ricoverati in regime di Medicare (811 milioni di ricoveri tra il 2011 e il 2014, 58 mila internisti di cui il 32% costituito da medichesse), dimostranti intanto che nei pazienti seguiti da dottoresse la quota di nuovi ricoveri a 30 giorni dalla dimissione e la mortalità a 30 giorni dal ricovero risultano inferiori anche se di poco (15,2 vs 15,6 e rispettivamente 11,07% vs, 11,5%). La maggiore efficacia assistenziale delle medichesse si registra in ambiti di patologia alquanto diversi, dalle aritmie cardiache alle setticemie. Gli esiti migliori osservabili nei malati seguiti da medici donne includono la soddisfazione dei pazienti di ambo i sessi derivante dalla maggiore attenzione loro dimostrata dalle dottoresse, dallo stile di comunicazione da queste adottato, dal loro atteggiamento comunque più rassicurante e dal maggior tempo che esse spendono con il malato. Risulta inoltre che le dottoresse seguono con maggiore fedeltà le linee guida suggerite dalle società scientifiche per le varie patologie. Infine – insiste l’editoriale- in un sistema basato sul “pay for performance” (ricompensa in base ai risultati), gli esiti migliori delle prestazioni sanitarie osservabili nei pazienti seguiti da medichesse dovrebbero contare di più ai fini della remunerazione. In conclusione, i compensi di dottori e dottoresse dovrebbero per lo meno essere equiparati, così come le opportunità di carriera. Chi scrive concorda con queste opinioni, e tuttavia ricorda che per qualcuno il possibile diverso “rendimento” meriterebbe invece di essere valutato in considerazione del tipo di specializzazione, a prescindere dal fatto che si tratti di medici maschi o femmine. Un discrimine, temo, che incontrerebbe però molte difficoltà.