Torno oggi sull’argomento “Cinema e tumori” stuzzicato da un articolo di L. De Fiore sulla rivista Recenti Progressi in Medicina che analizza il rapporto tra cinema e linfomi /leucemie,. Molti ricordano il film strappalacrime “Love Story” del 1970 che narra dell’amore tra due giovani, con lei che muore di leucemia. Per De Fiore linfomi e leucemie si prestano più del cancro a essere filmati, perché consentono di affrontare il dramma senza necessità di entrare nei dettagli più crudi. Da un’analisi di 34 pellicole sull’argomento tra il 1970 e il 2015, risulta che la leucemia è filmata 24 volte e i linfomi (incluso quello non-Hodgkin) 10 volte. Dei  protagonisti 17 sono maschi e 16 sono donne, e solo nel film “Erin Brockovich” troviamo sia uomini che donne. Dei film sul tema 6 sono italiani (“Bianca come il latte, rossa come il sangue”, “Noi non siamo come James Bond”, “Le ultime 56 ore”, “Guardami”, “Caro diario” e “Blu cobalto”). I rimanenti sono opera di registi americani, con qualche contributo di registi orientali (da Cina, Giappone, Corea). A motivare questi film spesso c’è la denuncia contro qualcuno, come nel caso dei militari congedati e precedentemente entrati in contatto con l’amianto e uranio impoverito durante le missioni cosiddette di peace keeping. Altri film (“Le ultime 36 ore”, “The rainmaker”, “Erin Brockovich”) si occupano invece delle eventuali cause ambientali dei tumori ematologici. Altri ancora (“Calendar girls”, 2003) si propongono dichiaratamente di sollecitare fondi privati e pubblici per la lotta contro leucemie e linfomi, ricorrendo in modo ironico e accattivante a un gruppo di amiche di mezza età, non proprio…ricche di sex-appeal, disposte a posare nude per questo nobile scopo. Il cinema non trascura nemmeno l’età pediatrica (“Matching Jack”, “My sister’s keeper”), ma nella maggioranza delle pellicole la leucemia è sempre fatale. Messaggio negativo, perché per fortuna così non é nella realtà: più coerente con questa, invece, un episodio del cartoon “Why Charlie Brown, Why?”. In esso, infatti,  protagonista è Janice, una bambina compagna di classe di Charlie Brown e di Linus, malata di leucemia e senza capelli a causa della chemioterapia la quale, tornata in classe, risulta però guarita e felice tra i suoi amici. La rappresentazione cinematografica va dunque un po’ criticata, in quanto per i tumori ematologici suggerisce quasi sempre una immagine non realistica e dal futuro infausto. Solo in “Caro Diario” Nanni Moretti, mentre ancora si trova nel tunnel della TAC, confida agli spettatori che lui è guarito dal morbo di Hodgkin. In conclusione, ben vengano i film che sensibilizzano la coscienza delle persone nei confronti di malattie così gravi, ma sarebbe auspicabile che la non infrequente guarigione fosse maggiormente rappresentata, perché così avviene nella realtà.