Al contrario di non poche riviste mediche nostrane, il British Medical Journal non evita le questioni spinose. Una di queste è la tendenza dei giovani medici ospedalieri a non criticare i superiori, mentre tra gli inter pares é al contrario piuttosto frequente l’antipatica consuetudine di criticare l’operato dei colleghi. Tale riluttanza la si registrerebbe anche quando sarebbero invece da stigmatizzare la scarsa igiene nelle procedure usate dai colleghi, eventuali comportamenti professionali discutibili o persino decisioni improprie potenzialmente pericolose per i pazienti trattati.  Lo studio del British ha riguardato 837 giovani medici americani, sia al primo anno di tirocinio che interni da 2 anni, in 6 centri accademici tra il 2013 e il 2014. Ai partecipanti era chiesto in particolare se essi avessero notato l’uso di apparecchiature poco sterili o se avessero registrato un  errore assolutamente evitabile o se avessero pure notato la falsificazione di documenti o di referti, e persino inaccettabili atteggiamenti ingiuriosi tra i colleghi del team, ciò che sempre ha ripercussioni negative sui pazienti assistiti. Dallo studio risultava che la riluttanza a denunciare le possibili suddette inadeguatezze/ scorrettezze professionali dei colleghi era dovuta al timore di contenziosi (“fear of conflicts”), anche quando esse compromettevano significativamente la sicurezza del paziente (“important safety deficits”). La schiettezza delle osservazioni critiche dei più giovani, quando motivate, per gli autori della ricerca (esperti della Vanderbilt, della Harvard e della Texas University) sarebbe invece un fattore di vitale  rilevanza per la salute e la tutela dei pazienti e per la prevenzione di futuri errori. D’altronde, le minacce per la  sicurezza dei ricoverati percepita dai più giovani come dovuta alla scadente professionalità (espressa ad esempio dal mancato riconoscimento dell’errore da chi l’ha commesso, errore che sarà quindi destinato a ripetersi, o dalla non denuncia di sconcertanti inadempienze professionali), sono comunque difficili da circostanziare. È intuitivo che la riluttanza

ce l’abbiano specie i medici più giovani, ancora precari, che hanno problemi nel parlar chiaro a coloro che sono gerarchicamente superiori. Il timore principale è di avere noie che compromettano la carriera e/o di essere emarginati dai colleghi più anziani oggetto delle loro critiche. Prima l’università e poi lo stesso internato dovrebbero stressare l’importanza di un apporto critico da parte di tutti, in modo da favorire una consapevole responsabilità collettiva in contrapposizione all’“ipse dixit” di ogni livello. Questa responsabile partecipazione “collettiva” sarebbe indubbiamente proficua in ogni campo, politica inclusa, ma il tempo condizionale è spesso poco…promettente (almeno secondo chi scrive).