Impossibile comunicare ai lettori non esperti di bio-medicina una scoperta dal grande potenziale in oncologia senza una premessa. Sono consapevole che questa sarà un po’ ostica e mi farà…criticare da qualche lettore ma apprezzare da coloro che sono curiosi di aggiornarsi almeno a grandi linee. La premessa chiama in causa le “vescicole extracellulari” (VE) che sono gemmazioni infinitamente piccole (meno della milionesima parte del metro!) della membrana esterna di molte cellule. Le VE servono al trasporto di informazioni molecolari dalla cellula da cui originano a quella bersaglio, e possono pertanto considerarsi dei mezzi di comunicazione inter-cellulare. Le VE contengono all’interno molecole prodotte dalla cellula da cui originano (proteine, DNA, RNA, lipidi), capaci di influenzare in vario modo le cellule bersaglio. Le VE delle cellule tumorali, ad esempio, riescono ad alterare le funzioni di cellule sane, inclusa la espressione genica di queste. Le VE possono pure “manipolare” i linfociti, riducendone la risposta immunitaria antitumorale. Questa premessa “difficilotta” era inevitabile per far capire l’importanza di un possibile nuovo biomarcatore del cancro del pancreas, un cancro che vede sopravvivere a 5 anni non più del 5% dei pazienti. Il ritardo diagnostico nel caso di questo tumore è legato alla collocazione profonda del pancreas, “nascosto” dietro allo stomaco, e quindi sfuggente alle normali manovre della semeiotica classica. Inoltre, i sintomi compaiono tardivamente (salvo eccezioni) per cui anche gli esami strumentali risultano ritardati. Scoprire tempestivamente nel sangue le VE pancreatiche e le nanoparticelle in esse contenute (ricerca tutt’altro che semplice) potrebbe tradursi in una diagnosi precoce del cancro pancreatico e favorire così un intervento sollecito atto a bloccare la progressione tumorale. All’Arizona State University hanno sviluppato un test rapido, basato proprio sulle nanoparticelle contenute nelle VE, che richiede minimi volumi di plasma non trattato e che si avvale di anticorpi specifici. Si è così identificato un marcatore pancreatico chiamato EphA2, in grado di distinguere i pazienti tumorali dai sani con una sensibilità (test + nei malati) del 94% e una specificità (test – nei sani) del 85%. Test che sarebbe pure in grado di discriminare il cancro pancreatico dalla pancreatite cronica (sensibilità e specificità altrettanto elevate rispettivamente del 89% e del 85%). Questo approccio diagnostico non si limita al solo cancro del pancreas ma potrebbe servire a scovare altri tumori, anticipando o evitando processi più invasivi. I ricercatori dell’Arizona State University hanno oltretutto realizzato sistemi di attuazione automatica del test, agevolandone in tal modo una promettente applicazione in clinica che tuttavia, al momento, sembra ancora lontana.