Anche molti non medici sanno la differenza tra diabete di tipo 1 e di tipo 2. Il primo è dovuto all’aggressione delle beta-cellule degli isolotti pancreatici indotta da autoanticorpi, con conseguente ridotta produzione di insulina. Nella sola Italia vivono circa 300 mila diabetici di tipo 1 con un trend in crescita. Il tipo 2, invece, non dipende da deficit insulinico, ma da un’alterata utilizzazione periferica del glucosio. Il diabetico di tipo 1 riesce comunque a condurre una vita normale o quasi auto-iniettandosi sottocute o intramuscolo l’insulina. Tuttavia, anche con le nuove insuline, oltre al disagio inevitabile delle iniezioni, si possono registrare sbalzi saltuari dei valori glicemici con possibili conseguenze di varia gravità. Un miglioramento della terapia sembra oggi prospettarsi grazie ad uno studio multicentrico internazionale (con partecipazione italiana) condotto con un nuovo composto il “Sotagliflozin” (simile ad alcuni agenti usati già nel tipo 2 di diabete). Il preparato va assunto per bocca, una compressa al mattino, e consente di ridurre la dose giornaliera dell’insulina che resta in ogni caso il caposaldo del trattamento. Altro vantaggio è che il Sotagliflozin sembra ridurre significativamente gli sbalzi già citati della glicemia e, soprattutto, l’improvvisa ipoglicemia. Questo antidiabetico orale agisce inibendo il riassorbimento del glucosio che normalmente avviene a livello dei tubuli renali e a livello della mucosa intestinale. Ciò è possibile grazie al blocco di proteine trasportatrici (Sglt1 e Sglt2) deputate appunto a “ricuperare” fisiologicamente a livello renale e intestinale il glucosio che altrimenti andrebbe eliminato. Nei soggetti con glicemia superiore ai 180 mg% il riassorbimento del glucosio risulta insufficiente e infatti si ha glicosuria, ma in trattamento con Sotagliflozin tale soglia vien abbassata da 180 a 130 mg%, ciò che potenzia di conseguenza il blocco del riassorbimento del glucosio aumentandone le perdite. Il Sotagliflozin non abbassa stabilmente solo la glicemia, ma riduce pure la emoglobina glicata (emoglobina legata al glucosio plasmatico), che meglio esprime il controllo glicometabolico del soggetto diabetico. Altre conseguenze cliniche benefiche del Sotagliflozin, registrate nello studio di fase 3 presentato al Congresso europeo di Lisbona e pubblicati sul NEJM, sono il calo di peso e della pressione arteriosa che spesso si associa al diabete. In conclusione, questo farmaco consentirebbe di ridurre la dose giornaliera di insulina mantenendo costantemente nei limiti il livello di glicemia. Sono sicuramente auspicabili ulteriori verifiche che potrebbero persino suggerire altri vantaggi, se si considera che agenti simili usati nel tipo 2 hanno ridotto pure le complicazioni e la mortalità. Obiettivi di indiscutibile impatto.