A torto o a ragione il cancro è il pericolo più temuto dalla popolazione e la spesa per sconfiggerlo, anche quando molto cospicua, è considerata pertanto giustificata dalla maggioranza sia di pazienti che di medici. Naturalmente una ricerca di per sé costosa e che produca farmaci anch’essi molto costosi è accettabile purché alla fine determini un guadagno tangibile per i pazienti in termini di quantità e qualità di vita. Mesi fa un articolo importante sul British Medical Journal ha  sollevato al riguardo un grosso polverone. Secondo il Dr. Peter Wise del Charing Cross Hospital e dell’Imperial College School of Medicine (Londra), ed ex-consulente del sistema sanitario nazionale britannico (NHS) molti dei nuovi farmaci oncologici approvati negli ultimi 10 anni offrono solo vantaggi modesti nella lotta anticancro. In termini di sopravvivenza, in alcuni pazienti non si guadagnerebbero che poche settimane. Il rapporto costo/beneficio sembrerebbe in questo caso troppo elevato e socialmente discutibile (se non insostenibile). In altre parole la prescrizione di antitumorali poco efficaci dovrebbe considerarsi inappropriata tout court per cui sarebbe doveroso rendere più rigorosi i criteri per la loro autorizzazione, attenti non tanto con il meccanismo d’azione, magari interessante, ma con gli esiti concreti della cura. D’altra parte l’obiettivo di contenere la spesa sanitaria, e non solo nel regno Unito, è più che urgente data la dimensione della spesa stessa di cui i cittadini devono essere messi al corrente. In Inghilterra, ad esempio, il fondo speciale messo a disposizione dal NICE (National Institute for Health and Care Excellence) per i farmaci antitumorali è di 340 milioni di sterline  per anno  (pari a 382 milioni circa di euro). È vero che i malati di cancro vanno meglio che in passato ma per Wise ciò dipende forse dalle diagnosi più precoci e dal migliore supporto più che non dai nuovi farmaci oncologici. La spiegazione potrebbe essere che i risultati che influenzano la approvazione vengono estrapolati da studi clinici che riguardano solo la popolazione studiata e non quella generale o che gli esiti positivi delle sperimentazioni si riferiscano a parametri non essenziali glissando su quelli fondamentali. Il NICE ribatte però che ciò non corrisponde a verità in quanto vengono sempre raccomandati “solo trattamenti che hanno dimostrato benefici clinici e con un buon rapporto qualità-prezzo per il Servizio sanitario nazionale”. L’articolo ha sollevato numerose critiche e sollecitato molti commenti a sostegno della posizione corretta del NICE, ma in questa rubrica ciò che mi premeva di rimarcare è che la verità scientifica non segue un percorso lineare e non e non è fatta di “conclusioni definitive valide per sempre”. Il dogma vige in altri ambiti, non certo in medicina e nella ricerca.