La diagnosi di reflusso acido gastro-esofageo (RGE) è diventata una diagnosi piuttosto frequente. A ciò concorrono in parte la migliorata diagnostica strumentale (gastroscopia, pH-metria e impedenziometria esofagea delle 24 ore, manometria) e in parte gli otorinolaringoiatri che negli ultimi decenni hanno “scoperto” che il RGE può danneggiare anche laringe, corde vocali, bronchi (risparmiando magari, benché di rado, la mucosa esofagea). I pazienti con RGE possono solitamente controllare i loro sintomi (in primis l’acidità “ascendente” dallo stomaco alla gola) assumendo gli inibitori di pompa protonica (IPP). Tuttavia, a meno che non ci sia una causa rimuovibile di reflusso (ad esempio in eccesso di peso abnorme in u grande obeso)  essi sono costretti ad assumere questi farmaci per sempre. Più di un paziente, specie se poco rispondente agli IPP, chiede se non sia possibile una soluzione chirurgica per liberarsi da questa schiavitù. Le opzioni chirurgiche non mancano, in primis la classica “fundoplicatio” secondo Nissen o una sua variante, intervento che oggi si può attuare in video-laparoscopia riducendo fortemente la degenza e la convalescenza. Problema di fondo rimane però il rischio di recidiva: in altre parole, dopo una fundoplicatio quant’è il rischio di recidiva? La rivista dell’associazione medica americana  riporta nel 2017 uno studio retrospettivo a lungo termine su 2665 pazienti con RGE già sottoposti a chirurgia laparoscopica, monitorati dal 2005 al 2014 (in media per 5,6 anni), finalizzato a definire proprio tale questione. I parametri di giudizio nei già operati erano la necessità di assumere ancora gli IPP o la necessità di un secondo intervento causati dal riaffiorare dei sintomi. Il 17% degli operati  lamentava una recidiva sintomatica e, di questi, l’80,6% necessitava comunque di un trattamento a lungo termine con IPP, mentre il 16,4% doveva essere rioperato. I fattori di rischio di recidiva richiedenti trattamento medico o chirurgico risultavano essere il sesso femminile (22 versus 13% dei maschi), l’età oltre i 61 anni (156 soggetti versus 133 soggetti di 45 anni o più giovani) e la coesistenza di altra patologia (comorbidità). In conclusione, quasi un paziente su 5 di coloro che sono sottoposti a chirurgia laparoscopica antireflusso va incontro a recidiva e non è poco. La decisione di adottare una soluzione chirurgica per il trattamento del RGE non deve perciò essere frettolosa né venire forzata dal magari comprensibile desiderio del paziente di smettere l’assunzione di farmaci. Restano dunque ragionevoli le indicazioni chirurgiche vigenti da anni: pazienti molto giovani, soggetti che rispondono poco o per niente alla terapia con IPP, pazienti con rigurgito persistente o con complicanze. Chirurgia per il RGE? Adelante, Pedro, con juicio, direbbe concordando Alessandro  Manzoni.