Nella prima parte della rubrica si accennava alla limitata utilità della colonscopia in soggetti con colon irritabile, specie se giovani. In uno studio su 466 pazienti non si è registrato alcun caso di cancro e una “vera” colite cronica è stata scoperta solo nel 2% dei casi. In ambito diagnostico, ai test già ricordati, ne va aggiunto uno sofisticato, atto a escludere che il colon irritabile sia in realtà una (rara) diarrea da eccesso di acidi biliari (che hanno effetti lassativi). Questo test, che prevede l’uso di un radionuclide al selenio praticato per altro in pochi laboratori, potrebbe essere sostituito verificando l’effetto di farmaci orali che “sequestrano” gli acidi biliari migliorando così la diarrea. Per Talley non è da scartare il monitoraggio a lungo termine, attenti a riconoscere l’affiorare eventuale di una “vera” colite cronica. D’altronde, la vigile attesa senza approfondimenti (specie nei giovani) non fa correre rischi concreti: uno studio danese su 302 pazienti dimostrerebbe che non ci sono differenze quanto a qualità di vita e a sintomatologia tra pazienti con SCI osservati senza indagare e quelli sottoposti a un approfondimento diagnostico (esami di sangue e feci, endoscopie, biopsie). Il semplice monitoraggio, tra l’altro, avrebbe il vantaggio di ridurre il cospicuo costo socio-sanitario se si opta per un check up completo. Dato il carattere divulgativo di questa rubrica, possiamo solo accennare alle direttive terapeutiche rimarcando anzitutto come non possa esistere una “cura specifica” che guarisca per sempre e che vada bene per le diverse varianti cliniche e le diverse fasi della SCI (a prevalente diarrea o la stitichezza). I suggerimenti farmacologici devono dunque adattarsi al singolo paziente e risulteranno comunque di efficacia modesta e fugace, dovuta all’intrinseco effetto placebo per almeno il 30-40%. È ovvio che i procinetici/lassativi sarebbero assurdi in pazienti diarroici e, viceversa, che negli stitici sarebbero inappropriati gli antispastici energici che attenuano sì i crampi dolorosi, ma che rallentano ulteriormente i movimenti intestinali. Altri recenti farmaci innovativi (lubiprostone e linaclotide) stimolano le cellule intestinali a secernere più liquido ricco di bicarbonato e cloro atto ad accelerare il transito intestinale. La loro efficacia è modesta e sono evidentemente adatti solo se prevale la stitichezza. Anche la dieta va modulata individualmente dal medico che suggerirà probabilmente l’aumento lento e progressivo delle “fibre alimentari” di natura vegetale. Tuttavia, Talley ricorda nella sua review che le fibre insolubili, spesso prescritte indiscriminatamente, peggiorano il mal di pancia e il gonfiore al contrario di quelle idrosolubili (ad es. psillio). Meglio in ogni modo evitare il “fai da te” e  consultare un buon nutrizionista.