La infusione sottocutanea continuativa di insulina (ISCI) incontra sempre maggior favore nei diabetici di tipo 1 sia adulti che bambini. Il diabete di tipo 1 è com’è noto causato da una carenza di insulina dovuta all’aggressione di autoanticorpi contro le beta-cellule delle isole pancreatiche secernenti quest’ormone. La ISCI avrebbe sensibile vantaggio sulla terapia con dosi iniettive multiple di insulina (DMI) e tuttavia agli esordi del suo impiego, la infusione continuativa di insulina sembrava associarsi, specie in pazienti pediatrici, ad una maggiore fequenza di crisi ipoglicemiche e a un maggiore aumento di acido acetacetico, acido beta-idrossibutirrico e acetone sia nel sangue (chetonemia) che nelle urine (chetonuria).  Nel soggetto normale con adeguata disponibilità di glucosio i corpi chetonici ematici e urinari sono presenti solo in tracce, ma diventano dosabili quando appunto lo sfruttamento del glucosio è impedito dalla insulino-carenza e il fabbisogno energetico è garantito da un esaltato catabolismo degli acidi grassi liberi. La brusca ipoglicemia (evento temibile nel diabetico) produce disturbi svariati la cui natura, specie se la gravità è modesta, può anche inizialmente sfuggire: malessere, palpitazioni, disturbi di  vista, languore, affaticabilità, mal di testa, tremori, sudorazione, pallore, sonnolenza, irritabilità. Quelli più gravi sono invece eclatanti, costituiti da perdita momentanea di coscienza (svenimento), coma ipoglicemico e persino decesso se l’ipoglicemia è profonda e prolungata. Per stabilire i rischi della somministrazione sottocutanea continuativa di insulina si è condotto pertanto  un importante studio di coorte multicentrico, pubblicato nel 2017 sulla rivista statunitense JAMA, relativo a 30.579 pazienti con diabete di tipo 1 arruolati in 446 centri diabetologici di Germania, Austria, Svizzera e Lussemburgo, di cui 14.119 in infusione sottocutanea continuativa di insulina e 16.460 trattati tradizionalmente con dosi multiple di questo ormone. Tutti i pazienti venivano seguiti per 12 mesi di cura, durante i quali come parametri fondamentali di valutazione venivano scelti gli eventi ipoglicemici severi e la cheto-acidosi, mentre criteri secondari erano l’andamento della glicemia e la variazione della dose necessaria complessiva di insulina. Da questo studio emerge che i diabetici, specie ma non solo bambini e adolescenti, trattati con infusione sottocutanea continuativa di insulina vanno effettivamente incontro a meno crisi ipoglicemiche, a meno episodi di coma, a minor rischio di cheto-acidosi, a un calo maggiore di emoglobina glicata e a un più ridotto fabbisogno insulinico. Dati interessanti per un malato diabetico e casistica molto rispettabile, ma la mancata randomizzazione (assegnazione a caso del trattamento) impone ulteriori conferme metodologicamente più rigorose.