In Tibet forse si vive meglio e si pone maggiore attenzione ai problemi dello spirito, ma intanto il materialista Occidente manda gli uomini sulla luna, ci fa un pensierino su Marte e in medicina rende possibili cure impensabili fino a decenni fa. Come altre pratiche alternative anche la medicina tibetana manca di ogni documentazione di efficacia. Naturalmente ciascuno è libero di crederci e di curarsi come crede, ma le istituzioni devono vigilare perché le cure di efficacia solo millantata e quelle di validità assodata non siano messe sullo stesso piano e che solo le seconde siano pagate con i soldi dei contribuenti. Uno di queste istituzioni è l’UNESCO (United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization), fondata nel 1945, che nel contesto dell’ONU ha il compito di promuovere la pace, la giustizia, i diritti umani e (dal 1972) di proteggere i siti considerati patrimonio dell’umanità. Il termine “scientific” sottolinea il ruolo anche scientifico dell’organizzazione, ciò che rende ineffabile la storia seguente. Nel 2017 l’UNESCO è stato coinvolto in una singolare polemica tra Cina e India. Ambedue queste Nazioni chiedono all’UNESCO che sia riconosciuta loro la paternità della medicina tradizionale tibetana e che questa sia inserita nella lista dei patrimoni dell’umanità. Una richiesta da lasciare esterrefatti, per di più rivolta a un ente che si occupa di tutelare ben altri patrimoni dell’umanità (2017 nel mondo e 53 solo in Italia!). Commentando la notizia sul Corriere della Sera, il fisico Carlo Rovelli fa presente che molte sono le medicine tradizionali, alternative o no, prive di valenza scientifica e sarebbe il colmo che queste fossero considerate tout court patrimonio dell’umanità. Se L’UNESCO dovesse rispettare e tutelare tutte le tradizioni -insiste Rovelli- dovrebbe forse includere nella lista dei patrimoni dell’umanità i salassi usati secoli fa dalla medicina ufficiale senza alcuna motivazione logica? E aggiunge il fisico: “Se un’istituzione garantisce o promuove in nome di un generico «rispetto di qualsiasi tradizione» questa istituzione viene meno al suo dovere”. Le riserve sul singolare coinvolgimento dell’UNESCO da parte di Cina e India valgono naturalmente per tutte le medicine tradizionali, convenzionali o alternative, a meno che nei secoli la loro efficacia non si sia poi documentata in modo scientifico. In conclusione, l’UNESCO non ha il compito di riconoscere tutto ciò che é “tradizionale” perché altrimenti -rileva ancora provocatoriamente Rovelli -“dovrebbe includere nei patrimoni dell’umanità oltre ai salassi, la schiavitù, il lavoro forzato minorile, il diritto dei mariti di picchiare le mogli e i sacrifici umani”. Una persona o uno Stato (ahimé!) possono credere nelle cure che vogliono, tibetana inclusa, ma senza pretendere un improprio riconoscimento dell’UNESCO.