La rivista Frontiers in Microbiology del 5 marzo 2018 pubblica una ricerca italo-svizzera di ben 38 pagine riguardante la possibile influenza della dieta sul “microbiota”, cioè sulla flora batterica che convive nell’intestino dell’uomo senza danneggiarlo, anzi contribuendo al suo benessere. La presenza di questa flora é un esempio di collaborazione reciprocamente vantaggiosa tra intestino ospite e batteri ospitati. Alla nascita l’intestino dei neonati è sterile, ma viene prontamente colonizzato a partire dal parto: in quello naturale dai batteri presenti nel tratto riproduttivo e rettale della madre e poi grazie all’allattamento e ai cibi che via via il neonato ingerirà. Dopo un cesareo la colonizzazione avviene invece ad opera dei batteri ambientali e lo stesso dicasi per in neonati non allattati. La stabilizzazione della flora nei neonati naturali (almeno 100 miliardi di batteri/grammo di feci) avviene dopo un mese, e dopo almeno 6 mesi nelle altre situazioni. Il microbiota umano è utile alla degradazione delle sostanze che l’intestino non è in grado di digerire (ad es., la cellulosa e la cartilagine) e alla sintesi di vitamine essenziali come la K. Nell’uomo esistono milioni di specie batteriche per cui il relativo numero dei geni (“microbioma”) é 100 volte quello del genoma umano. Anche da queste “dimensioni” si intuisce l’importanza del microbiota, per cui alcuni lo considerano un organo vero e proprio. Da qui l’interesse di verificare se diete diverse come quella più abituale onnivora o la vegetariana o la vegana siano in grado di modificare il microbiota con eventuali conseguenze (positive o negative, a prescindere da scelte ideologiche). Concettualmente era ipotizzabile una differenza nella flora batterica in chi si nutre con diete così differenti e pertanto lo studio è stato molto rigoroso sotto il profilo metodologico. Sono stati indagati 101 volontari normopeso includenti soggetti onnivori, vegetariani o vegani, ai quali veniva richiesto di annotare accuratamente su di un diario i dettagli della dieta seguita e di fornire  un campione fecale sul quale poter poi analizzare la composizione del microbiota. Utilizzando metodologie diverse e complesse, con una certa sorpresa non emergeva alcuna differenza nella composizione della flora batterica e, in particolare, non risultava prevalere una flora immaginata più compatibile con un alimentazione ricca in fibre alimentari. Analizzando il diario, i ricercatori constatavano che una dieta ricca in grassi e povera di zuccheri era un elemento comune nei 3 gruppi di soggetti, e a questo hanno attribuito la relativa  omogeneità delle popolazioni microbiche dell’intestino. La scelta di diete inabituali, benché rispettabile filosoficamente, non sembra comunque garantire vantaggi in termini di salute ipoteticamente attribuibili a un microbiota più salubre.