Sul sito Med PageToday il Dr. Milton Packer, direttore per 12 anni della divisione di Fisiologia del cuore alla Columbia University, ha ricevuto l’ambito premio Lewis Katz per le sue ricerche cardiologiche. A noi Packer interessa non come cardiologo ma perché si è posto il quesito che dà il titolo a questa rubrica con il quale denuncia il progressivo abbandono della letteratura scientifica da parte dei medici.. Anni fa i medici erano abbonati a qualche rivista di loro specifico interesse e trovavano il tempo di leggere titoli e riassunti e magari il testo completo dei lavori ritenuti più significativi. Oggi le riviste che pubblicano anche settimanalmente articoli di aggiornamento in ogni settore sono centinaia, ma di queste il medico non riceve copia cartacea bensì una notifica praticamente giornaliera via e-mail. I colleghi più coscienziosi cliccando sul link danno al massimo una fugace occhiata al contenuto delle riviste relative alla propria specialità, ma solo raramente vanno a stamparsi l’articolo intero, accontentandosi del riassunto e delle conclusioni. Non c’è tempo, anche con migliori propositi di leggere tutto. Se in passato (e… sottolineo il se come direbbe Mina) nei colleghi più sensibili affiorava un senso di colpa per aver perso un articolo interessante, ciò ora non succede più perché è appunto impossibile  starci dietro, senza contare che parte degli articoli viene non di rado contraddetta da altri pubblicati altrove e persino nello stesso numero della rivista. Queste considerazioni sono tutt’altro che platoniche. Significativo al riguardo l’esperienza fatta da Packer in un meeting cui partecipavano 200 neolaureati. Alla domanda su quanti leggessero in cartaceo o digitalmente una rivista la risposta è stata zero. Chi di loro aveva dato almeno un‘occhiata ai titoli del prestigioso “New England Journal of Medicine”? Risposta: nessuno. La terza richiesta, che alzassero la mano i neolaureati che avevano scelto una rivista nel loro campo di interesse per tenersi aggiornati, non faceva registrare alcuna alzata di mano. Massimo, infine, il turbamento di Packer dopo il silenzio totale al termine della sua domanda finale: ”Quando è stata l’ultima volta che qualcuno di voi ha letto un articolo dal principio alla fine?” La situazione è ritenuta grave da Packer (che “all’antica” consulta molte riviste ogni giorno faticando per altro a tenere il passo) che sprona i suoi collaboratori a inviare copia delle loro pubblicazioni a un clan ristretto di colleghi. Ciò non al fine di farsi pubblicità personale ma “per evitare l’oblio” di contributi anche importanti “(con “impact factor elevato”). Comunque, il dubbio di Packer che pubblicare ricerche mediche in riviste serie sia una perdita di tempo o, per lo meno, il sospetto che la fatica di attuarle non abbia la ricaduta che si meriterebbe non sembrano del tutto astrusi.