Anni fa su L’Espresso compariva una specie di albero genealogico da cui risultava che nell’Ateneo di Bologna,  a Medicina, si poteva registrare in una sconcertante maggioranza dei casi un grado di parentela stretta tra gli Assistenti e i Cattedratici. Questo alimentava il dubbio che buona parte delle scelte non fossero basate sulla meritocrazia. La “parentela facilitante” vige naturalmente per molte altre categorie compresa quella degli attori (tra i più celebri esempi Kirk e Michael Douglas, Donald e Kiefer Sutherland, Vittorio e Alessandro Gassman, Vittorio e Christian De Sica). Se però i parenti delle star sono scadenti (diversamente dai casi ora citati) il successo risulterà effimero e ci sarà poco danno per chi…va al cinema. Al contrario, se i medici universitari  devono il loro ruolo (didattico e clinico) “solo” al nome del parente allora un danno potenziale della loro mediocrità per i pazienti non è da escludere. Un anno fa il giornalista M. Malagutti riconosceva che il fenomeno è andato calando negli ultimi 15 anni, senza però scomparire specie in regioni del Sud. La sua denuncia nasceva da uno studio di due ricercatori italiani S. Allesina e J. Grilli, trasferiti all’Università di Chicago, i quali grazie a siti web pubblici hanno raccolto nel 2000, 2005, 2010 e 2015 i cognomi di professori  italiani, dei ricercatori al Centre National de la Recherche Scientifique in Francia e, infine, dei professori delle più importanti università negli Stati Uniti. Allesina e Grilli hanno contato il numero di ricercatori con lo stesso cognome in ogni dipartimento confrontandolo con quello che ci si sarebbe dovuto aspettare se le assunzioni fossero legate ai soli titoli di merito. In teoria, ricercatori con lo stesso cognome nello stesso reparto avrebbero potuto spiegarsi con il fatto che certi cognomi i sono più frequenti in alcune aree o, che l’omonimia, almeno negli USA, fosse più abituale negli immigrati esperti di informatica provenienti prevalentemente dall’Asia. Ciò escluso, la probabilità, e non solo in Italia, che i professori facciano assumere parenti stretti diventa rilevante. Per ragioni di “privacy” i due ricercatori, non hanno indicato le singole università “nepotistiche” dei vari Paesi, né i cognomi più ricorrenti. Grazie a una norma approvata nel 2010 che proibisce l’assunzione di parenti all’interno dello stesso dipartimento (assicuro però che gli escamotage non mancano!) il nepotismo è calato, ma risulta ancora cospicuo specie al Centrosud. Ciò fa affiorare la seguente preoccupazione: “Se un professore può mettere in cattedra il figlio – dicono al riguardo gli Autori dell’inchiesta – allora potrà mettere in cattedra chiunque”, alla faccia della meritocrazia. In questo caso si tratterebbe di nepotismo politico: gli “yes men son meno scomodi e più malleabili dei bravi (questo anche in altri campi!).