Il ricorso dell’aspirina (ASA), prezioso farmaco antifebbrile e antidolorifico già in uso a fine ‘800, é ormai motivato dal suo effetto antiaggregante sulle piastrine, mirato alla prevenzione secondaria degli eventi cardio- e cerebrovascolari (infarto e ictus). Ricordo che “secondaria” é la prevenzione che si attua in chi è già cardiovasculopatico per limitare la progressione del danno, mentre “primaria” é la prevenzione prevista nel soggetto sano per ridurne il rischio cardiovascolare. Tre studi (“trial”, in medichese) di confronto contro placebo hanno pertanto rivalutato di recente efficacia e rischi dell’ASA nella prevenzione “primaria” in una casistica veramente cospicua. Il primo (“ASCENDIS”) ha riguardato 15.480 soggetti “diabetici”,  monitorati in media per 7,4 anni. Negli ASA-trattati si registrava un 12% in meno di infarti, ma un 29% in più di sanguinamenti digestivi, correlabili con la nota  gastrotossicità dell’ASA (presente, anche se in minore misura, pure a basso dosaggio). Nel secondo trial (“ARRIVE”) si confrontavano ASA e placebo in 12.546 non diabetici  ma ad alto rischio, monitorati per 5 anni. Gli accidenti cardio-cerebrovascolari risultavano nel complesso non significativamente diversi (incidenza del 4,3% nei pazienti in ASA e del 4,5% in quelli placebo-trattati). Pure in questo studio il sanguinamento digestivo era doppio nei pazienti assumenti aspirinetta. benché nessuna differenza significativa tra i due gruppi di trattamento si registrava quanto a emorragie fatali o a decessi per qualsiasi causa. Il terzo studio (“ASPREE”) coinvolgeva 19.114 soggetti americani/australiani ultrasettantenni, esenti da malattie cardiovascolari, demenza e disabilità. Anche in questo caso Il trattamento di confronto era attuato con ASA contro placebo e il monitoraggio durava 5 anni. In tali soggetti l’uso dell’aspirina non produceva alcun sensibile beneficio clinico in nessun ambito per quanto atteneva funzione cognitiva, decesso, apparato cardiovascolare. Pure in questo, come negli altri due trial, si registrava un  maggiore numero di sanguinamenti digestivi e, inoltre, un maggiore tasso di decessi per qualsiasi causa (almeno nei pazienti australiani). Nel complesso, questi 3 ampi studi su casistica di quasi 50 mila soggetti indicherebbero che i benefici dell’ASA nella prevenzione primaria sono minimi/modesti, mentre consistenti sarebbero in ciascuno dei trial i rischi di sanguinamento intestinale. In base a tali dati l’editoriale di commento del NEJM mette in discussione l’uso profilattico dell’ASA considerando che la prevenzione “primaria” con le statine anticolesterolo (quando davvero giustificata) sarebbe del 25% e soprattutto non associata a maggior rischio di gastrotossicità. Per l’editoriale questi dati non sono da ignorare quando si progetta un prevenzione primaria (e sottolineo “primaria”).