Un mio nipote ha sentito dire che si può vivere anche con un solo emisfero cerebrale e mi chiede lumi al riguardo. Io ne so poco più di lui, ma ho però una memoria di ferro e ricordo bene il caso della  trentenne americana Michelle, trattato sulla rivista Query nel 2010 da Sergio della Sala, Professore di Neuroscienze dell’Università di Edimburgo e attuale Presidente del CICAP. lo avevo archiviato l’articolo nel file “Articoli speciali” e ora lo recupero per rispondere. I giornali di allora riportavano che Michelle, pur priva dell’emisfero cerebrale di sinistra, conduceva una vita normale o quasi. Il caso era stato studiato da J. Grafman, Direttore dell’Unità di Scienze Cognitive di Bethesda, contattato dalla madre di Michelle in quanto la figlia presentava sin dalla nascita qualche difetto “strano”. Michelle, non vedeva ciò che si trovava alla sua destra (i centri deputati a rilevare il campo visivo destro si trovano nell’emisfero sinistro, inesistente nella figlia). Inoltre, la ragazza lamentava spasticità del polso destro, smarriva spesso l’orientamento, non comprendeva ragionamenti astratti e tendeva ad assumere atteggiamenti infantili. Tuttavia Michelle parlava senza incepparsi, leggeva e capiva ciò che leggeva, aveva un udito normale, andava al cinema, guardava la TV, giocava come gli altri, risultava straordinariamente brava a ricordare le date e aveva trovato un lavoro regolare. “Non male – rimarcava Della Sala – per una persona con solo mezzo cervello.” Rilievi sconcertanti, in effetti, se si pensa come siamo abituati a constatare le conseguenze drammatiche dopo un ictus che danneggia solo una area ben più piccola di un intero lobo cerebrale. La storia di Michelle conferma che alla nascita il cervello è ancora “adattabile” (aggettivo più corretto di “plastico”), e che le funzioni di un emisfero possono essere assunte dall’altro. Ad esempio, i neonati elaborano i suoni in entrambi gli emisferi e solo in tempi successivi il centro del linguaggio si stabilisce nel solo emisfero sinistro. Cruciale sembra essere la precocità del momento in cui si subisce o si manifesta un danno del cervello. Nel caso di Michelle, “è molto probabile che il danno cerebrale sia avvenuto addirittura in utero e quindi durante gli ultimi stadi della sua vita fetale, per cui il suo cervello ha avuto modo di riprogrammarsi, permettendole una esistenza quasi normale”. Del resto, i bambini che subiscono lesioni al loro emisfero cerebrale sinistro sede del centro del linguaggio hanno difficoltà nella formulazione della parola molto meno significative di quelle degli adulti con lesioni simili. È sconfortante constatare che persone senza un lobo possano ragionare meglio e far meno danni di molti responsabili mondiali che di lobi ne hanno due. Se li usassero entrambi per il bene comune, il mondo  andrebbe forse un po’ meglio di come va.