“Comorbidità” significa coesistenza di più malattie che spesso viene ignorata e l’attenzione si concentra impropriamente solo sulla patologia che ha indotto il paziente a consultare il medico o a ricoverarsi. Nei soggetti con più di 65 anni la comorbidità è ovviamente più frequente, sia perché l’età favorisce l’accumularsi di inevitabili disturbi, sia perché sono percepiti come malattie malanni che spesso sono solo “frutti di stagione” (mal di schiena, disturbi psicosomatici, ansietà esistenziali). Anche nei pazienti affetti da tumore la comorbidità risulta più frequente e in progressivo aumento a causa della maggiore efficacia delle cure antitumorali, che concorrono al  prolungamento della vita ma non sono esenti da effetti collaterali. Dei team multidisciplinari riunitisi periodicamente dovrebbero considerare il malato con speciale attenzione proprio alla comorbidità. Tuttavia, queste riunioni regolari sono in pratica problematiche, perché sarebbe impossibile progettarle in ogni malato over 65, ma potrebbero realizzarsi per malati selezionati, in primis quelli oncologici. Queste consultazioni multidisciplinari andrebbero comunque centrate sul paziente e non impostate automaticamente in base alle linee guida di ciascuna disciplina, come invece non poche volte succede. Proprio per quantificare questo aspetto, un gruppo di oncologi ed epidemiologi di diverse istituzioni in Nuova Zelanda, guidati da J. Stairmand e collaboratori, hanno deciso di analizzare la letteratura riguardante la frequenza e l’impatto della valutazione della comorbidità. L’indagine ha riguardato 21 studi clinici e l’articolo conclusivo è stato pubblicato in Annals of Oncology con il titolo: “Considerazione della comorbidità nelle decisioni terapeutiche prese nel corso di riunioni multidisciplinari: una revisione sistematica”. Dalla inchiesta è emerso che “la situazione è anche peggiore del previsto, perché l’informazione in merito é piuttosto scarsa e le patologie concomitanti possono influenzare in modo talvolta determinante le scelte terapeutiche, senza che peraltro vi siano dimostrazioni convincenti a supporto di tali decisioni”. Tre sono le riflessioni più significative: 1. La prima è che il consenso tra i membri del team multispecialistico è più difficile da raggiungere in presenza di comorbidità importanti; 2. La seconda è che in presenza di patologie multiple concomitanti cresce la tendenza dei vari specialisti a deviare dalle linee guida; 3. Anche quando il consenso tra i membri del team multidisciplinare è raggiunto, iI paziente viene spesso paradossalmente trattato in modo diverso da quanto si era concordato. In conclusione –per gli Autori–  la valutazione della comorbidità in funzione delle decisioni terapeutiche dovrebbe essere più attenta di quanto oggi non accada, magari tentando di definire delle “linee guida inter- e multi-disciplinari”.