Le indicazioni alla colecistectomia si sono definite sempre meglio negli anni. L’interventismo che prevaleva nei decenni passati ha lasciato luogo a un selezione più attenta dei soggetti da avviare all’intervento che oggi si attua per lo più per via laparoscopica a vantaggio della minore sofferenza del paziente e della più ridotta ospedalizzazione Uno studio recente condotto pubblicato di recente sulla rivista “Lancet“ ribadisce le linee guida già consolidate e cioè che la colecistectomia va eseguita solo in pazienti con “gravi attacchi di dolore che duri per almeno 15 minuti, che sia localizzato all’epigastrio o nella parte superiore del quadrante addominale destro (ipocondrio), e/o che si irradi alla schiena e sia poco rispondente a semplici analgesici”. Aggiungerei anche quando affiori un evento complicativo (colecistite acuta, idrope o empiema della colecisti e pancreatite acuta satellite). Nell’esperienza di A. van Dijk, del Radboud University Medical Centre di Nijmegen (Olanda), entro 12 mesi dall’intervento si registra ancora un dolore di tipo biliare ricorrente a frequenza variabile in ben il 10-41% dei pazienti, una cifra tutt’altro che trascurabile e poco nota. L’adagio veneto “fora el dente fora el dolor”, insomma, non funziona per gli operati di colecistectomia. In un editoriale di accompagnamento R. Guest (della University of Edinburgh, Scozia), K. Søreide (della Bergen University, in Norvegia) osservano che ”nessuna delle due strategie [terapia conservativa vs intervento] permette di ottenere un adeguato e definitivo sollievo dal dolore in una sostanziale percentuale dei pazienti”. Per questo i medici, secondo loro, prima di consigliare la colecistectomia sollecitata spesso dagli stessi  pazienti, dovrebbero frenarne gli entusiasmi avvertendoli quanto meno che il dolore potrebbe esser rimosso “prontamente e definitivamente” solo nel 60%. Decenni orsono i francesi, sempre immaginifici, avevano descritto il possibile persistere del dolore post-chirurgico come “il domani doloroso del colecistectomizzato”. La spiegazione di questa possibile persistenza periodica a frequenza variabile del dolore negli operati è molto aleatoria. Qualcuno la attribuisce alla lunghezza eccessiva del dotto cistico, quello deputato a portare la bile dalla colecisti al coledoco, che il chirurgo affonda (cioè chiude) durante l’intervento ma non asporta. Quando un soggetto mangia, l’arrivo del cibo nello stomaco scatena per via riflessa nel non operato la contrazione della colecisti (e pure del colon). In assenza di questa va in spasmo doloroso solo il moncone del dotto cistico, ciò che però può provocare coliche simili a quelle avvertite nel pre-intervento. Il paziente si allarma perché teme che l’operazione sia mal riuscita, ma per sua fortuna il “domani doloroso” tende a scomparire lentamente nel tempo, ma ci vogliono anche molti mesi.