Giornali e  TV ne accennano ogni tanto, ma sempre troppo poco, alle violenze sessuali e fisiche esercitate da nostri insospettabili compatrioti su bambine in Paesi lontani. Il “Fatto Quotidiano” scriveva tempo fa: “Sono così piccole [le bambine violentate] da non raggiungere in altezza l’anca dei predatori, in buona parte italiani, che se le vanno a comprare [sic!] nei bordelli, e poi le stuprano”.
“Sono così leggere – riportava ancora l’articolo –  che a prenderle in braccio pesano poco più di un bebè. Sono così truccate che sembrano bimbe a Carnevale. Sono così sottili che, se non fossero coperte di stracci succinti e colorati, indosserebbero le taglie più piccole degli abitini per bimbi occidentali. A stuprarle certi italiani che a casa sembrano gente a posto”. Altri italioti non tornano nemmeno a casa, vivono stanziali in questi “paradisi del sesso infantile”, perché la pensione che ricevono in Italia consente loro di consumare i delitti di cui spesso si nutrono fuori da occhi indiscreti e senza correre sanzioni significative né lì né in patria. Ricordo un’inchiesta televisiva di anni fa in cui, lungi dal negare l’orrore, alcuni compatrioti  residenti in Thailandia, si vantavano sorridendo sarcasticamente di pagare molto poco per soddisfare qualsiasi capriccio, “altro che in Italia”. L’età e la verginità – rivelavano divertiti – si pagano con un supplemento a parte (1000 euro in più) rispetto alla tariffa concordata normale, comprendente non solo la violenza sessuale ma pure il maltrattamento fisico esasperato fino a conseguenze estreme. Thailandia, S. Domingo, Colombia, Brasile. Anche in Kenia i pedofili italiani sono spesso in prima fila. Secondo il Fatto Quotidiano e fonti varie in rete in Kenia le bambine vittime del turismo sessuale si contano tra le 10 e le 20 mila. L’età oscilla mediamente tra i 10 e i 12 anni, ma pagando di più si può avere la “merce” no stop, 24 ore su 24, anche di età inferiore ai 5 anni. Le piccole vengono spesso filmate durante le violenze e le registrazioni  si possono condividere con altri abietti della stessa risma. Secondo la “End Child Prostitution and Trafficking” (ECPAT), rete internazionale di organizzazioni che si propone di impedire lo sfruttamento sessuale dei bambini in 70 Paesi del mondo, tra i turisti sessuali, oltre ai pedofili più anziani, si ritrovano pure giovani adulti tra  20 e 40 anni. “Depravati per scelta e non per malattia” – rimarca il Fatto – : solo il 5% secondo l’ECPAT è affetto da psicopatologie varie, i restanti violentano le bambine soltanto per provare un’emozione “diversa”, occasionalmente nel 60% dei casi e abitualmente nel 35%. Impossibile non chiedersi perché gli autori dell’orrore (pur identificabili!) non vengano mai puniti pesantemente né in loco né dopo l’eventuale ritorno a casa, dove riprenderanno una via irreprensibile.