In una rubrica di 4 anni fa riportavo l’importanza della “biopsia liquida” nella diagnosi e nella terapia del cancro del polmone. Si prevedeva già nell’articolo che la biopsia liquida sarebbe risultata preziosa anche in cancri di altri organi. E’ bene ricordare che la biopsia liquida non si attua prelevando un campione di tessuto da un viscere, ma utilizzando poche gocce di sangue o saliva, nelle quali si cercano frammenti di DNA derivanti dal tumore. Secondo lo scopritore di questo test non invasivo, il Dr. D. Wong (Università di Los Angeles)  le informazioni si possono  ottenere in pochi minuti e ad un costo di qualche decina di euro. Grazie alla biopsia liquida si riescono a scoprire alterazioni genetiche e molecolari (veri biomarcatori) che peraltro possono differire in pazienti pur affetti dallo stesso tipo di tumore. Su tale possibilità si basa la cosiddetta “oncologia di precisione”, che di fatto − come dice P. Conte dell’Istituto oncologico veneto −  mira “a colpire il tumore sul suo tallone d’Achille, ovvero sulla mutazione genetica potenzialmente variabile che ne è all’origine”. Esiste ad hoc una rete nazionale con l’ apporto di varie società scientifiche, in primis l’Associazione Italiana di Oncologia Medica e la Società Italiana di Anatomia patologica e citologia diagnostica, e i centri certificati per l’attuazione di test molecolari su biopsia liquida sono in Italia già un centinaio. I tumori nei quali queste ricerche pre-terapeutiche risultano più utilizzati sono (in parentesi il numero di nuovi casi/anno): il cancro del polmone (41.500),  quello della mammella (52.800), del melanoma (13.000), dello stomaco (12.700) e del colon-retto (51.300). Per quanto attiene in particolare al cancro del retto “non resecabile” l’oncologia di precisione favorita dalla biopsia liquida ha conseguito risultati ragguardevoli, specie associata alle terapie loco-regionali praticate con il blocco temporaneo della circolazione nella vena cava, nell’aorta e negli arti inferiori (la cosiddetta “perfusione pelvica ipossica”). Il prof. Guadagni e collaboratori dell’Università dell’Aquila hanno confrontato in pazienti con tumore del retto non resecabile l’esito di una oncoterapia di precisione + perfusione pelvica ipossica (in 43 pazienti) con quello della terapia sistemica convenzionale (in 19 pazienti). La migliore risposta obiettiva del tumore si è registrata nel primo gruppo (41,8% vs 15,8%) e pure l’assenza di recidiva tumorale è risultata doppia (8 contro 4 mesi). Lo stesso dicasi per la sopravvivenza generale (20 versus 8 mesi). Questi risultati dell’oncologia di precisione paiono incoraggianti e sembrano al momento suggerire una minore sofferenza per il malato con cancro del retto così trattato e un netto aumento della sopravvivenza: 20 mesi sono quasi 2 anni, e non è  poco per pazienti affetti da questo cancro non resecabile.