Quelli “monoclonali” sono anticorpi identici tra loro perché prodotti da un unico tipo (clone) di cellula immunitaria. Questi farmaci “biologici” risultano potenzialmente efficaci in una sere di malattie infiammatorie, autoimmuni, in qualche tumore e pure contro il rigetto di organi trapiantati. Nel caso del morbo di Crohn (MC) e della Colite Ulcerosa (CU), entrambe malattie infiammatorie croniche intestinali, l’anticorpo monoclonale proposto (ricavato dal topo tramite ingegneria genetica al fine di renderlo simile a un anticorpo umano) è l’ “infliximab”, approvato dalla FDA già nel 1998. Esso agisce bloccando il “fattore di necrosi tumorale alfa” (TNF α nell’acronimo inglese) coinvolto nei processi infiammatori dell’organismo. L’infliximab viene usato anche in altre malattie con quota autoimmunitaria, quali ad esempio psoriasi, artrite psoriasica, artrite reumatoide, spondilite anchilosante. Più di uno studio clinico iniziale ha dimostrato l’efficacia degli anticorpi anti-TNF alfa nel MC e nella CU di gravità da moderata a grave, con riduzione dei sintomi, dei ricoveri e degli interventi chirurgici. Risultati non trascurabili, dunque, specie in soggetti poco sensibili alle cure tradizionalmente messe in campo in questo tipo di patologia (in primis mesalazina e cortisone, sia per via orale che per via rettale, a seconda del tratto di colon interessato). Nel mondo reale, tuttavia, una valutazione del 2019 rivela che i risultati nella pratica clinica sono meno brillanti rispetto a quelli ottenuti negli studi clinici. In effetti, l’uso dell’infliximab non ha portato a una riduzione significativa dei parametri sopra indicati rispetto al pre-trattamento, ad eccezione dei tassi di ricovero nei pazienti con CU che, dopo l’introduzione sul mercato del farmaco, si sono ridotti in modo significativo. Questi dati provengono da uno studio pubblicato su GUT (finanziato da fondi pubblici) in cui si sono valutati pazienti affetti da MC e CU residenti in Canada tra il 1995 e il 2012. La spiegazione di questa discrepanza non è chiara e lo studio ipotizza che possa esser dovuta alla cura non seguita correttamente (per paura dell’anticorpo ricavato dal topo?) dai pazienti con MC, oppure con il non utilizzo dell’infliximab dei pazienti nelle fasi di relativo benessere. I risultati pur non entusiasmanti si traducono  comunque nell’impennata della spesa sanitaria: i costi sono infatti aumentati di ben tre volte per i pazienti con MC, mentre più sfumati sono quelli per i malati di CU. Ciò potrebbe suggerire una maggiore propensione a curarsi con cure innovative  dei pazienti con il MC, forse perché consci della maggiore complessità di tale morbo rispetto alla CU (ciò contrasterebbe però con l’assunzione più disordinata di infliximab in questi malati). Ultima nota: l’infliximab non sembra adatto al mantenimento della remissione post-chirurgica nei pazienti di MC.