Da giorni la “plasmaferesi” è in auge nei media quale cura “innovativa” dei pazienti COVID-19+ più gravi. “Plasmaferesi” significa separazione automatizzata del plasma dalla parte corpuscolata del sangue costituta da globuli rossi, bianchi e piastrine (al lettore non medico ricordo che “siero” non è che  plasma privo di alcuni fattori della coagulazione). Già più di 100 anni fa l’impiego del siero contenente anticorpi di pazienti guariti dalla difterite aveva già salvato una bambina destinata a morire  a causa del “croup” difterico (complicazione potenzialmente letale specie nei bambini, soffocati da pseudomembrane ostruttive delle vie aeree). La terapia con siero di convalescente si è poi affermata per altre infezioni sia batteriche che virali quali, ad esempio tetano, rabbia, epatite B, risultando purtroppo inefficace in altre malattie, quali AIDS, epatite C e normale influenza stagionale. Oggi, in alcuni Centri  internazionali e nazionali già si sta adottando una strategia analoga (che non mi pare dunque innovativa) anche nei COVID-19+. Il guarito, per donare il plasma deve avere 2 test per COVID-19 negativi, essere asintomatico da 2 settimane, di età tra 18 e 60 anni, pesare più di 50 kg, risultare complessivamente sano e senza fattori di rischio. Il plasma donato deve contenere specifici anticorpi neutralizzanti anti-coronavirus in concentrazione sufficiente. Va verificata pure l’assenza di anticorpi diversi da quelli anti-coronavirus potenzialmente rischiosi. La donazione prevede la trasfusione di 500 ml alla volta, nell’arco di circa mezz’ora e può essere ripetuta dopo settimane. Un grande progresso è che da anni la parte corpuscolata, separata in precedenza, viene re-iniettata nel donatore in modo da non anemizzarlo con la plasmaferesi. I risultati già acquisiti anche in alcuni centri italiani come San Matteo di Pavia  e l’Università di Pisa (già previsto pure il Carlo Poma di Mantova: perché escluso?) su un numero ancora basso di pazienti sembrano promettenti. Tuttavia, questi ragionevoli tentativi non sono ancora “sperimentazioni controllate” e il giudizio sulla reale efficacia andrà formulato solo su soggetti più numerosi e soprattutto confrontati con pazienti comparabili per gravità ma non trattati con plasma immune. Al momento, sembra che 2 sacche di plasma di convalescente siano sufficienti a curare un malato. Non manca chi ritiene che non sarà peraltro facile reclutare molti donatori dotati dei requisiti previsti. È pure possibile ipotizzare non di utilizzare il plasma di convalescenti, ma di produrre anticorpi neutralizzanti specifici in laboratorio grazie al clonaggio di anticorpi monoclonali umani. Se ne potrebbe così ottenere in quantità illimitata e a costi minori rispetto alla plasmaferesi. Grande attesa in ogni modo (anche per gli anti-vax?) per un vaccino  che sia accessibile e disponibile in tutti i Paesi.