I test genetici per capire se un nostro figlio in tenerissima età ha già un potenziale per diventare un bimbo prodigio sono in progressiva espansione. Un articolo di Bloomberg (servizio di news, che comprende radio, televisione, agenzia di stampa, internet) rivela come in Cina un numero crescente di genitori tenda a utilizzare a tale fine dei “DNA kit” e si prevede che entro il 2022 questo numero raggiungerà i 60 milioni contro l’1,5 registrato nel 2018. Tra le aziende che propongono kit del genere c’è “Gene Discovery”, impegnata proprio a individuare, su sollecito dei genitori, dei profili genetici atti a suggerire per il loro bambino un potenziale genomico promettente per eccellere in ambiti diversi come matematica, logica, musica, sport, capacità imprenditoriali, intelligenza tout court. Scettici maliziosi ipotizzano che investire sull’erede in base ad un profilo genetico sperando che diventi un tennista come Federer, un golfista come Tiger Woods, o un Claudio Abbado, potrebbe far sperare in una ricaduta economica familiare molto “interessante”. In verità – scrive Bloomberg –molte affermazioni “che il DNA può essere usato per valutare la capacità di memorizzare dati, tollerare lo stress o mostrare la leadership, sono più una specie di oroscopo che vera scienza”. Gil McVean, genetista dell’Università di Oxford e direttore di un centro che si occupa dei dati genetici e biologici per prevenire/curare malattie, ci conferma che non esiste alcuna base scientifica a sostegno della potenzialità di questi profili genomici di fatto del tutto aleatori. “Gene Discovery” risponde che l’azienda non intende dare consigli conclusivi, ma solo segnalare l’eventuale talento potenziale dell’unico figlio a genitori succubi di una cultura supercompetitiva (in Cina le rigide leggi sul controllo della natalità sono state abrogate solo nel 2016, per cui il figlio diventerebbe più facilmente il fulcro dell’ambizione genitoriale). Senza commentare questa “tendenza”, mi pare che la genialità, diversa dalla bravura che può dipendere anche solo dall’assiduo allenamento, non può non avere una sua ragione genetica. Non saprei altrimenti come spiegare il “prodigio” di Mozart che a 14 anni riusciva a trascrivere interamente a memoria, dopo solo 2 ascolti nella Cappella Sistina, il “Miserere” di Gregorio Allegri (secretato dal Vaticano!). Altro esempio sconcertante – me lo ricorda (l’avevo scordato!) Piero Bianucci, scrittore e ben noto giornalista scientifico de “La Stampa” – è quello di Norbert Wiener: a 5 anni declama già in greco e latino, si iscrive undicenne alla Tuft University e si laurea in matematica a soli 14 anni, diventando il padre della “cibernetica” e teorizzando in largo anticipo il successo di macchine intelligenti sostitutive dell’uomo. Per come va oggi il mondo, di “soggetti prodigio” in giro, di segno più, mi pare se ne vedano comunque pochi.