Per quanto attiene alla virosi COVID-19 una delle questioni è se si devono temere conseguenze a lungo termine (in primis fibrosi polmonare) in soggetti apparentemente guariti dal “nuovo” coronavirus. Purtroppo, l’informazione non può che provenire da studi prospettici ad hoc per ora inesistenti. Qualche dato possiamo dedurlo da polmoniti prodotte da virus simili, quali quello della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) e della MERS (Middle East Respiratrory Syndrome). Nei pazienti con SARS, la TAC rileva “opacità “a vetro smerigliato” (“ground glass” per gli inglesi) che risultano persistere per più di 1 mese e che esprimono genericamente di una fibrosi iniziale in fase infiammatoria, più facilmente trattabile. Tali anomalie dell’interstizio polmonare e il miglioramento della funzione respiratoria richiedono comunque 2 anni per stabilizzarsi e, inoltre, a distanza di 15 anni, una fibrosi interstiziale è ancora presente nel 4,6% dei pazienti. Anche nei pazienti affetti dalla MERS la TAC riscontra le “opacità a vetro smerigliato”, in ambedue i polmoni, e non solo in fase acuta: dopo mesi (giorni 32-320) dalla dimissione, la radiografia del torace riscontra infatti segni di fibrosi polmonare in circa il 30% dei guariti inizialmente. Purtroppo non sono disponibili dati a più lungo termine che sarebbero molto preziosi. Per quanto attiene agli ammalati ricoverati per COVID-19 va intanto rilevato che (almeno inizialmente) i pazienti risultavano più anziani di quelli colpiti dalla SARS e dalla MERS ciò che rende più difficile il confronto della evoluzione di queste tre virosi in quanto negli anziani sono comunque più frequenti preesistenti fibrosi polmonari. Secondo la rivista Lancet, non è escluso che una fibrosi polmonare a distanza post-COVID-19 affiori nel tempo, perché già dati preliminari “suggerirebbero un alto tasso di anomalie fibrotiche dei polmoni”. Un’analisi di 108 pazienti affetti da COVID-19 ha dimostrato dopo la dimissione che quasi il 50% aveva ancora un’ossimetria (misura dell’ossigeno ematico legato all’emoglobina) bassa e il 25 % lamentava ancora una capacità polmonare ridotta. Ovviamente, tutti questi dati risultavano peggiori nei pazienti ricoverati per malattia più severa. In conclusione, trattandosi di una virosi nuova sulla cui evoluzione nel tempo i dati sono ad oggi molto scarsi, non si può escludere per Lancet (ma per chi scrive l’ipotesi dovrà essere correttamente validata) che i pazienti colpiti da COVID-19 siano a rischio di sviluppare sequele anche tardive di malattia. Fossero anche rare queste sequele, esse devono essere tenute in considerazione attenta dato che il numero dei pazienti infettati dal nuovo coronavirus è consistente e tutt’altro che in progressivo calo, come sostenuto incautamente da taluni. Come sempre in medicina è meglio prevedere le cose per poter intervenire più tempestivamente.