Da più di un anno la cronaca registra un aumento di epatiti peculiari associate (correlate?) con l’assunzione di integratori contenenti estratto di “curcuma”. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità ha infatti confermato a giugno 2019, 21 casi di “epatite colestatica acuta, non infettiva e non contagiosa” in consumatori di curcuma (in prevalenza donne). Questa epatite (più corretto forse chiamarla “epatopatia”) è detta “colestatica” perché la bile prodotta dal fegato qui ristagna e non fluisce regolarmente nelle vie biliari e quindi nell’intestino. Il paziente, magari asintomatico agli esordi salvo lieve prurito, va poi incontro a subittero-ittero. La curcuma è una spezia cui si attribuiscono interessanti proprietà biologiche (in primis anti-infiammatorie, antiossidanti, epatoprotettrici) esenti da effetti collaterali avversi. Ai lettori non medici è comunque utile ribadire che è la “dose che fa il veleno”, vale a dire che gli effetti di un qualsiasi farmaco dipendono dalla dose (farmaco può infatti significare sia medicamento che veleno). Va naturalmente considerato che la reazione al composto assunto può dipendere da una allergia individuale, a prescindere dalla dose. Tornando alla curcuma, Il sistema di Fitovigilanza dell’Istituto Superiore di Sanità, proprio in considerazione dei suddetti casi di epatite colestatica acuta, alcuni anche gravi, ha ritenuto di chiarire urgentemente i meccanismi e la natura di questa possibile correlazione tra uso di integratori con curcuma e epatite colestatica. Per altre segnalazioni ricevute il Ministero ha pure ritirato una serie di integratori e invitato i consumatori, a titolo precauzionale, di sospenderne il consumo proponendosi a sua volta di riconsiderare con attenzione sia la farmacocinetica che la farmacodinamica della curcuma e di appurare meglio l’eventuale concorso di altri fattori quali in primis la pre-esistenza nei soggetti di danno epatobiliare non noto, di escludere la presenza di condizioni di sensibilità individuale del soggetto o la co-presenza nell’integratore di altri componenti epatotossici diversi o inducenti la epatotossicità della curcuma. Nel frattempo, iI Ministero competente ha già deciso di far applicare una specifica etichettatura sugli integratori a base di curcuma, nella quale se ne sconsiglia esplicitamente l’uso ai soggetti con pregressa patologia del distretto epatobiliare o in multiterapia con altri medicinali. Più precisamente, dovrebbe esserci in evidenza la seguente avvertenza: “In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico”. Circa la curcuma in polvere, tenuto conto dell’entità del consumo come alimento, non ci sono raccomandazioni particolari. Ma la domanda da porsi è se gli integratori sono comunque utili e innocui.