Alcuni lettori mi chiedono di fare chiarezza sui test disponibili per stabilire se un soggetto è o è stato a contatto con il virus SARS-CoV-2 responsabile della malattia COVID -19 (acronimi spesso erroneamente considerati sinonimi). Questi lettori lamentano una certa confusione nei TG e in rete. In realtà non mancano precisazioni al riguardo ben fatte, ma purtroppo diluite da troppe segnalazioni poco chiare per i non addetti ai lavori. Ricordiamo intanto che l’obiettivo dei test è quello di “smascherare” l’RNA-virus o di trovarne delle tracce. In sintesi, abbiamo a disposizione: 1. Test classici detti “molecolari”, che evidenziano la presenza proprio del RNA virale e che sono pure i più affidabili. Il tampone viene attuato nel naso-faringe e poi sottoposto alla procedura della PCR (Real Time Polymerase Chain Reaction), tecnica che permette di amplificare i geni del virus. I risultati si ottengono in poche ore. Sono utili per ottenere in tempi brevi la riposta e quindi adatti soprattutto in pazienti sintomatici, specie con polmonite bilaterale, o in soggetti fragili come gli anziani spesso con patologia multipla ricoverati nelle RSA. I referti si dovrebbero avere entro uno-due giorni. 2. I test “antigenici rapidi”, sempre attuati con tampone naso-faringeo, riconoscono solo proteine (e non l’RNA) del virus e consentono un risultato in pochi minuti. Sono adatti soprattutto quando si necessita di una verifica rapida dell’eventuale contagio, come ad esempio per i controlli nelle scuole o nei passeggeri che arrivano in aereo da zone ad alta densità virale. Sono meno precisi e in genere devono essere successivamente confermati dai test molecolari. 3. I test “sierologici“ prevedono non un tampone ma un prelievo di sangue. Essi rivelano l’eventuale presenza di anticorpi anti-SARS-CoV-2, cioè di immunoglobuline specifiche IgG e IgM (analisi possibili sia qualitative che quantitative). Questi test hanno attendibilità variabile e la loro sensibilità e specificità non dovrebbe essere inferiore al 85%. I non medici confondono spesso questi attributi e anelano incautamente solo a test rapidi e agevoli. Vale invece la pena di sottolineare che sensibilità è la capacità di rilevare positivo un test nei malati (ideale sarebbe il 100%), mentre specificità significa non rilevare test positivi nei san i(ache qui ideale il 100%). Ne consegue che bassa sensibilità significa rischio di test “falsi negativi” (cioè pazienti contagiati che “non” risultano tali), mentre bassa specificità significa al contrario che “molti sani risulteranno contagiati”, con le relative conseguenze. I “test sierologici” non sono comunque diagnostici, ma servono a depistare soggetti che hanno avuto il virus anche senza sintomi e saperlo. Utili dunque, ma per analisi epidemiologiche e non per la diagnosi. 4. Test “salivari”, sono un sottogruppo dei test antigenici rapidi, già menzionati. Non invasivi, consentirebbero persino un autoprelievo (vantaggio importante!) e sarebbero più facilmente eseguibili nei bambini. Essi prevedono per il soggetto testato la masticazione per alcun minuti di un cilindro di cotone in modo da farlo impregnare di saliva e la successiva analisi richiede pochi minuti. Non si conosce purtroppo al momento la sensibilità e la specificità dei test salivari, con i rischi già descritti di risultati “falsi” positivi o negativi. Sarebbero inoltre difficili da attuare nei bambini più piccoli o in soggetti non collaboranti a causa di qualche disabilità. La diagnostica dovrebbe migliorare ulteriormente in futuro, mentre attendiamo il vaccino