Ad oggi nessun singolo farmaco risulta di efficacia provata per la COVID (nonostante l’affermazione di qualche disinformato). Pochi i dubbi, invece, sull’utilità dell’ossigenoterapia “non invasiva” (con dispositivi che non richiedono l’intubazione tracheale) nei casi meno gravi, o “invasiva” (con intubazione) nei casi più gravi. Più che sulla dispnea, che può non esserci, l’ossigenoterapia si basa sulla TAC del torace e sul grado di concentrazione di ossigeno (O2) del sangue. Questa saturazione si misura con un apparecchietto lungo pochi centimetri, detto ossimetro o saturimetro (applicabile ad un dito o al lobo dell’orecchio), che ci dà i valori di SpO2 (acronimo per saturazione periferica di O2) del sangue arterioso. Più precisamente, l’ossimetro rivela la saturazione in ossigeno dell’emoglobina circolante. Nel soggetto normale, il valore di SpO2 è vicino al 100%, mentre valori inferiori a 92-94% esprimono “ipossiemia”, cioè un calo di saturazione dovuto allo scambio gassoso difficoltoso di O2 a livello degli alveoli polmonari. È quanto succede nella polmonite interstiziale da COVID-19, anche in assenza di dispnea. Quando l’ipossia si associa alla dispnea, la prognosi è più grave se non infausta, in quanto il meccanismo sotteso al danno alveolare è nei malati più gravi molto complesso e multifattoriale. In questi è intanto ridotta la produzione alveolare di sostanze tensioattive e, almeno in alcuni, la risposta immunitaria risulta abnorme con rilascio eccessivo di citochine pro-infiammatorie. Si aggiunga il concorso concomitante della costrizione capillare e della trombosi intravascolare che diffondono ulteriormente il danno alveolare. Va tenuto presente che il 99% dei pazienti che sono in grado di respirare spontaneamente con l’integrazione di ossigeno somministrato al momento del ricovero, ha livelli di saturazione emoglobinica che superano il 90% e tende a sopravvivere, mentre nel 69% di quelli con un livello di saturazione di ossigeno inferiore al 90%, nonostante l’ossigenoterapia, l’evento più probabile è il decesso. L’ossigenoterapia poggia pertanto su un forte razionale, ma è importante che, quando necessaria, essa venga attuata precocemente, in modo da contrastare la aggressione del virus, l’infiammazione, la vasocostrizione polmonare e la formazione di trombi. Questa terapia con O2 si dimostra dunque un trattamento appropriato che, in caso di ventilazione non invasiva, può essere attuato anche a domicilio, purché sotto controllo medico. In questo caso, le precauzioni devono essere molto rigorose, perché le particelle virali emesse dal paziente che respira sono altamente contagiose. Saranno i medici a decidere quale ossigenoterapia adottare (non invasiva o invasiva), in base ai sintomi, alla estensione radiologica della polmonite interstiziale e soprattutto all’andamento dei dati ossimetrici che sono un vero campanello di allarme.