La signora M. Zorzan mi scrive una cortese lettera chiedendomi perché negli argomenti che riguardano medicina, cure e salute, medici e giornalisti usano spesso paroloni o comunque termini poco chiari per le persone comuni. La risposta non può essere che poliedrica. Va anzitutto considerata tra giornalisti e medici (tra i colpevoli ci sono anch’io, ma sempre meno!), conduttori televisivi e gente comune la tendenza influenzata dai media a usare termini non italiani, in primis inglesi, che potrebbero essere sostituiti tranquillamente da parole italiane. Gli esempi non mancano. Long-term e short-term per a lungo o rispettivamente a breve termine; trial per lavoro scientifico; open trial (letteralmente studio aperto) per cura sperimentata non confrontata con altri trattamenti (per cui il giudizio si basa solo sul criterio fallace del ”prima e dopo”); a random sta per a caso; post-marketing surveillance sta per monitoraggio dopo la commercializzazione; side-effects per effetti collaterali; outcome sta per esito; cross-over treatment per terapia incrociata (cura A che passa nel corso dello stesso studio a cura B e viceversa); safety (e non security!) sta per sicurezza; in-patients e out-patients che stanno rispettivamente per pazienti ricoverati o esterni. A volte il termine inglese viene usato perché per tradurne il significato in italiano si dovrebbero spendere troppe parole. Ad esempio, double-blind, letteralmente doppio cieco, è espressione oscura (quale che sia la lingua): bisognerebbe precisare che la cecità non c’entra niente e significa soltanto che l’assegnazione di una cura confrontata con placebo o altro agente, avviene senza che medico e malato conoscano qual è il preparato assunto (il paziente è d’accordo di non esserne informato). Poi c’entra il grado di vanità di chi scrive e desidera sfoggiare la conoscenza di più lingue. Quando ancora ero studente universitario un Clinico chirurgo italiano assolutamente mediocre, che però parlava correttamente quattro lingue, ai congressi o a lezione intercalava di continuo termini non italiani, per cui lo consideravamo un pallone gonfiato. L’“inglesismo” spesso non necessario è molto diffuso nei media anche in ambiti non medici: perché “endorsement” e non approvazione/appoggio? O “lockdown” e non isolamento/chiusura totale? E “no deal” invece che nessun accordo? Il termine inglese trova una qualche giustificazione in ambito sportivo, dove certe parole o locuzioni si sono affermate da anni anche da noi, e allora risultano ben comprensibili anche dai lettori italiani: “corner” per calcio d’angolo, “match ball” nel tennis per palla che decreta la vittoria decisiva in una partita, “drop shot” (letteralmente colpo di goccia) per colpo smorzato, “forehand” e “backhand” per diritto e rovescio, “basket” per pallacanestro. Niente contro l’Inglese, comunque, ma soltanto… “quando ce vo’, ce vo’ ”.