Fino a marzo 2021 risultano deceduti per COVID-19 2,5 milioni di pazienti, ma molti più sono i milioni di sopravvissuti, alcuni guariti senza sequele e altri che lamentano il perdurare di sintomi. La rivista scientifica JAMA riporta che non meno del 50% dei pazienti dimessi dopo l’ospedalizzazione per questa virosi denunciano dei disturbi che possono impedire il pieno recupero delle condizioni di pre-malattia. C’è dunque una crescente consapevolezza che in alcuni ex-COVID esiste una coda della malattia (“long COVID”), di cui le istituzioni sanitarie dovranno tener conto. È naturalmente possibile che tra gli ex-ricoverati per COVID esistano soggetti che si “sentano” malati solo perché incapaci di dimenticare di aver vissuto una malattia potenzialmente letale. È  chiaro, ad esempio, che un individuo da sempre patofobo, che rientra nella categoria dei malati immaginari, dimenticherà più difficilmente di aver “ospitato” nel suo corpo il SARS-CoV-2 rispetto a persone che hanno sempre affrontato con ottimismo eventuali vicissitudini di ordine medico. A parte qualche limitata segnalazione singola, è JAMA che riporta comunque il primo studio sistematico sugli esiti a 4 mesi dalla dimissione di  pazienti ricoverati in precedenza per questa virosi. 478 di questi (su quasi il doppio di soggetti consultati) hanno risposto all’inchiesta attuata per via telefonica. La metà che riportava di avere almeno un sintomo o quelli che erano stati in terapia intensiva venivano invitati pure ad un controllo in ospedale. 177 di 294 ex ricoverati in intensiva accettavano l’invito di sottoporsi a controlli clinici. Le indagini previste includevano un’anamnesi approfondita (che valutava pure la eventuale assenza dal lavoro), una visita clinica, dei  test atti a valutare la qualità di vita, l’entità della fatica, la gravità della dispnea, la TAC ad alta risoluzione del torace, test specifici per valutare la capacità cognitiva, l’attenzione, la memoria, lo stato d’ansia e di depressione, la presenza di insonnia e di stress post-traumatico. In pazienti con sintomi o segni precedenti suggestivi di cardiopatia venivano attuati pure l’ ECG e l’ecocardiografia transtoracica. Riassumendo sinteticamente, il complesso delle indagini consentiva di rilevare i seguenti disturbi: fatica (31%), difficoltà cognitive (38%), dispnea (16%), disturbi del sonno (54%), ansia (23%), depressione (18%), stress post-traumatico (7%), e debolezza muscolare da neuropatia nel 27% dei pazienti precedentemente intubati.  L’eterogeneità dei sintomi (non di rado associati) non suggerisce un approccio unico standard per il follow up e la terapia di questi pazienti “long COVID”. Tuttavia, seguire (e non solo per 4 mesi) e trattare tali “non guariti del tutto” richiederebbe organizzazione e molti soldi che al momento non ci sono. A chi scrive piacerebbe, comunque, un gruppo comparabile di controllo.