Capita spesso di sentir usare indebitamente dai giornali o dalla TV che trattano di COVD-19 la parola “siero” come sinonimo di “vaccino”. Tuttavia, siero e vaccino sono tutt’altro che sinonimi ed è meglio fare un po’ di chiarezza. Prendiamola da lontano. La duplice composizione del sangue (solida e liquida) risulta evidente osservando quanto succede durante l’esecuzione della VES (velocità di eritrosedimentazione). Il sangue reso incoagulabile viene posto in un apposito tubicino verticale (tarato da 0 a 100), e dopo circa 1 ora si nota al fondo del tubicino un sedimento costituito dalla massa corpuscolata (globuli rossi e bianchi, piastrine) caduta per gravità, mentre sopra sta la parte liquida costituita dal plasma. Dalla taratura della pipetta si ricava che di norma la massa corpuscolata è in media a livello 40, mentre al plasma spetta il restante i 60% , con valori lievemente varabili anche tra uomo e donna. Il siero altro non è che il plasma, privato dei fattori di coagulazione, e si forma spontaneamente se il sangue lo si è lasciato coagulare. Il siero ottenuto da un organismo che ha superato una malattia è ricco di anticorpi (siero immune). Ad es., sieri immuni ottenuti dal sangue di cavallo o bue guariti dal tetano, si usavano molto per prevenire/curare questa malattia nell’uomo. Oggi però questi sieri immuni vengono sostituiti da immunoglobuline anticorpali, per evitare così reazioni di natura allergica possibili con i sieri di origine animale. Venendo ora ai vaccini, per prima cosa essi non sono prodotti emoderivati, ricavati cioè dal sangue, e non si usano per curare malati già infetti (se non in casi particolari), ma si inoculano (o si danno per via orale) in persone sane per evitare che esse si infettino o che sviluppino la malattia in forma grave. I vaccini si ottengono dunque artificialmente in laboratorio, e si tratta di microrganismi uccisi o attenuati o di antigeni o sostanze prodotte dall’agente infettivo o, infine, di proteine frutto di ingegneria genetica. L’obiettivo di un vaccino, quale che esso sia, è quello di stimolare l’organismo a produrre lui stesso anticorpi contro l’agente infettivo (batteri o virus) e linfociti T, cellule deputate alla memoria immunologica a lungo termine, in modo che il soggetto resti protetto più a lungo possibile. La durata della protezione risulta variabile a seconda del vaccino e dell’agente infettante. Alcuni vaccini richiederanno un ulteriore “richiamo”, cioè un rinnovo della immunizzazione ogni anno (ad esempio, il vaccino antiinfluenzale), altri dopo una decina d’anni o più (quello anti-tetano, anti-difterite), mentre per altri ancora, come ad esempio per il vaccino contro morbillo, rosolia e parotite il richiamo non è necessario. Per la COVID-19 la durata dell’immunità vaccinale è probabilmente di almeno 6 mesi, ma deve essere ancora stabilita con precisione.